Benedictus XVI

Joseph Ratzinger

19.IV.2005

-

28.II.2013


Cardeal Joseph Ratzinger :“A verdade é que o próprio Concílio não definiu nenhum dogma e conscientemente quis expressar-se em um nível muito mais modesto, meramente como Concílio pastoral; entretanto, muitos o interpretam como se ele fosse o super dogma que tira a de todos os demais Concílios". (Cardeal Joseph Ratzinger, Alocução aos Bispos do Chile, em 13 de Julho de 1988, in Comunhão Libertação, Cl, año IV, Nº 24, 1988, p. 56).
Cardinal  Joseph  Ratzinger

FROM SELF-CRITICISM TO SELF-DESTRUCTION

"Certainly, the results [of Vatican II] seem cruelly opposed to the expectations of everyone, beginning with those of Pope John XXIII and then of Paul VI: expected was a new Catholic unity and instead we have been exposed to dissension which---to use the words of Paul VI---seems to have gone from self-criticism to self-destruction. Expected was a new enthusiasm, and many wound up discouraged and bored. Expected was a great step forward, and instead we find ourselves faced with a progressive process of decadence which has developed for the most part precisely under the sign of a calling back to the Council, and has therefore contributed to discrediting for many. The net result therefore seems negative. I am repeating here what I said ten years after the conclusion of the work: it is incontrovertible that this period has definitely been unfavorable for th Catholic Church."

L'Osservatore Romano (English edition),
24 December 1984

segunda-feira, 6 de outubro de 2014

sexta-feira, 3 de outubro de 2014

Dal nuovo testo di p. Serafino Lanzetta FI. Sull'ermeneutica delle dottrine conciliari

Dal nuovo testo di p. Serafino Lanzetta FI. Sull'ermeneutica delle dottrine conciliari

Ritengo opportuno proporre questo testo tratto dall'ultimo libro di Padre Serafino M. Lanzetta FI, Il Vaticano II, un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014, pp. 490, euro 25,00. 
La ponderosa opera - che si avvale di numerose fonti “di prima mano”, documenti d’archivio, soprattutto perizie di teologi della Commissione dottrinale e di scambi epistolari significativi tra i Padri del Concilio e con lo stesso Pontefice Paolo VI - dimostra che non basta la formulazione dottrinale del Concilio, dettata soprattutto dalla ricerca di un accordo da raggiungere in aula, ma che è necessario ricorrere a un principio ermeneutico superiore: la fede della Chiesa, quindi l’omogeneità della sua dottrina. 
Un interlocutore serio equilibrato e ben orientato, che ci consentirà chiarimenti e approfondimenti più che mai indispensabili in questo momento.

IL CONCILIO VATICANO Il PER L'UNITÀ DELLA CHIESA.
RILIEVI CONCLUSIVI

Al termine del nostro itinerario ermeneutico sul Vaticano II, scegliendone i testi e le dottrine da noi ritenute emblematiche e ad un tempo significative per percepire la novità del Vaticano Il rispetto al magistero precedente, novità che auspichiamo sia iscritta nell'unicità e nell'indefettibilità della Chiesa, desideriamo a modo di sintesi indicare i dati emersi via via come piste di una riflessione ulteriore e più specifica. È indubitabile che l'ultimo Concilio, forse come mai era successo nella storia della Chiesa, è stato oggetto delle ermeneutiche più disparate e dei giudizi più policromi. Continuità o rottura con la Chiesa si possono attestare entrambe, e di fatto oggi è così. Anche se la rottura viene sviluppata in modo differente, con un taglio più storico o più teologico: ora come portata dalla pastoralità dogmatica del Concilio, ora come nuova stagione ecclesiale inaugurata dall'ultima assise, ora solo come «Anfang des Anfangs» [Inizio del principio] è comunque frattura con la Chiesa e, vedevamo, con la teologia attestatasi fino alle soglie del 1962. Veramente il Concilio voleva inaugurare soprattutto una nuova stagione teologica? Una teologia dal volto più pastorale? In cui però necessariamente la teologia metafisica si colora di un volto oscuro, intransigente, ormai improponibile? Di qui i motivi di questo lavoro, di cui ora vogliamo indicare alcune linee fondamentali.

quarta-feira, 6 de agosto de 2014

MARY: O Church, I will heal your divisions. I will bring back your children. I will purge you of your sins. I will make of you the new Jerusalem, the light on the mountain.

12. Being Set Aside By the Church




Mary
Who can know the sorrows of my heart unless I speak openly and reveal what is hidden? I see the many difficulties of the Church. A Church that was strong and flourishing has now been set aside, and often is the object of ridicule. The young are no longer formed by its teachings and many of the older generation have abandoned its truths. The Church cries out in the marketplace but its voice is not heard. Its teachings have no impact upon the modern mind. How has all of this happened?
I must speak honestly. I have been set aside. The Church flourished when I was exalted. Many gave themselves to the priesthood and religious life when the Church rejoiced to be my child. Then, new waves of thought washed upon the shore. The new agenda erased the deeply ingrained devotions. My appearances, my visitations and my words no longer occupied the Catholic mind. How different would these decades have been if I had not been moved to the sidelines!
I must speak honestly. It is late. The weapons of war explode. Some roads of peace narrow and even end. The world’s resources turn to destruction not to life. At this point, no one can perceive the power of the coming darkness, nor how close it is at hand.
I will try again. I will send out greater invitations. I will use more messengers, in even higher places. They must be faithful to the message, “There is only one path to peace, the road that leads into the center of my Immaculate Heart”. There will be new movements, new beginnings, new fires. I have not abandoned my Church and I refuse to sit on the sidelines while Satan claims his victories.
Those who heed me, I will use. Those who believe they have a better plan will waste their time.
Comment: This is a very strong locution that sums up Our Lady’s feelings.


11. Special Surprising Lights




Mary
Usually, I pour out my gifts in great order, the small ones first and later the greater ones. Now, however, a greater need exists to which I must respond. I must take people who are not fully prepared and give them gifts far greater than usual. Like children in an emergency, who are pressed into action and asked to do works usually reserved to adults.
What a special time this will be! Many will wonder. People of good will who have just begun to live devoutly will be given great powers, usually reserved for the perfect. Those who are spiritual children will lead many to great faith. Others, who have just begun themselves to love my Immaculate Heart, will be foundation stones of strong communities.
New movements, filled with the greatest lights will arise. Fresh spiritual leadership will emerge. These are the fruits of the new lights that will suddenly begin to push back the world’s darkness. As always, these secrets lie in my Immaculate Heart.
Comment: In these days of extraordinary darkness, Our Lady must take surprising actions.

sábado, 19 de julho de 2014

Processo di “de-dogmatizzazione” che ha preso l’abbrivio dal Vaticano II e che sembra aver raggiunto l’apice con il magistero di Papa Francesco.

Il Conciliatore

scheda_immagine_id218Riportiamo un articolo di Roberto de Mattei uscito su “Il Foglio”del 12 luglio 2014 con il titolo
Il Concilio Vaticano II è stato un Concilio “tradito”? E da chi? La domanda è pertinente, all’indomani della pubblicazione dell’Instrumentum Laboris, il documento vaticano che avvia la discussione del prossimo Sinodo sulla famiglia. I testi citati dall‘Instrumentum Laboris sono infatti solo conciliari e postconciliari, come se sul tema, oggi cruciale, della famiglia, ci sia stata una radicale svolta del Magistero della Chiesa dopo gli anni Sessanta.
La scuola di Bologna non ha dubbi: questa svolta teologica e pastorale ci fu, ma Paolo VI ne soffocò la spinta. Tutto l’impianto della Storia del concilio Vaticano II curata da Giuseppe Alberigo si gioca sulla contrapposizione tra il “profeta”, Giovanni XXIII, che inaugurò la “nuova Pentecoste” della Chiesa, e il gelido burocrate Giovanni Battista Montini che la affossò. Dietro questa lettura storica del Vaticano II, oggi riproposta dagli epigoni di Alberigo, come Alberto Melloni, Giuseppe Ruggieri e Massimo Faggioli, sta la teologia novatrice di Dominique-Marie Chenu, Yves Congar e soprattutto Karl Rahner. Fin dal 1965, durante le ultime settimane della sessione finale, il gesuita tedesco, in una conferenza dal titolo “Il concilio: inizio di un inizio”, presentava il Vaticano II come l’inizio di una nuova epoca nella storia della Chiesa, destinata a rinnovare la comunità dei credenti, in maniera analoga a quanto accadde al primo concilio, quello di Gerusalemme. Paolo VI avrebbe tradito il Concilio con la Nota praevia del 1964, con cui volle circoscrivere il significato della collegialità introdotta dalla Lumen gentium, e soprattutto con l’enciclica “repressiva” Humanae Vitae del 1968.
Le controversie seguite alla Humanae Vitae produssero la prima grande frattura ermeneutica tra i protagonisti del Vaticano II. Nel 1972 fu fondata da Joseph Ratzinger, Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac la rivista internazionale “Communio”, che si contrapponeva a “Concilium” su cui scrivevano Karl Rahner, Yves Congar, Eward Schillebeeckx. Fu de Lubac a coniare l’espressione “paraconcilio” per denunciare quell’atmosfera di febbrile agitazione che negli anni successivi al Vaticano II portò molti teologi a forzarne le conclusioni. In una lunga intervista concessa nel 1985 ad Angelo Scola (Viaggio nel Concilio, suppl. al n. 10 (1985) di “30 giorni”, pp. 6-30), de Lubac descrisse il “paraconcilio” come un movimento di pressione mediatica che aveva inteso influenzare il Concilio e il postconcilio su temi quali il primato pontificio e il rapporto della Chiesa con il mondo. Nello stesso anno, Hans Urs von Balthasar, che nel 1952 aveva invitato, in un suo libro, ad “Abbattere i bastioni” (tr. it. Borla, Torino 2008), in un’intervista allo stesso “30 giorni” (Viaggio nel postconcilio a cura di A. Scola, Edit, Milano 1985), constatava che tutte le aspettative conciliari si erano dissolte “in un ottimismo americano”. Il sito Papalepapale ha recentemente ripubblicato un’intervista rilasciata da Balthasar a Vittorio Messori in cui il teologo tedesco sosteneva che il dialogo si era rivelato “una chimera” e affermava la necessità di ritornare alla retta dottrina e “al modello tridentino” di seminario. L’intervista è, come le precedenti, del 1985, l’anno del Rapporto sulla fede in cui il cardinale Ratzinger allora prefetto della Dottrina della Fede proclamava la necessità di “tornare ai testi autentici del Vaticano II autentico”. Divenuto Benedetto XVI, Joseph Ratzinger contrappose più volte l’ermeneutica dei testi a quella dello “spirito”. La sua posizione si è dipanata dal primo celebre discorso alla Curia del 22 dicembre 2005, all’ultimo, non meno significativo, del 14 febbraio 2013 al Clero romano. Benedetto XVI vi ribadisce la tesi secondo cui un Concilio virtuale, imposto dagli strumenti di comunicazione, avrebbe tradito il Concilio reale, espresso dai documenti conclusivi del Vaticano II. E’ a questi testi, travisati da un’abusiva prassi postconciliare, che si dovrebbe tornare per ritrovare la verità del Concilio. Mons. Agostino Marchetto, definito da Papa Francesco come “il miglior ermeneuta” del Vaticano II si muove su questa linea, che manifesta ogni giorno di più la sua debolezza. Il Concilio dei media non fu infatti meno reale di quello dei Padri, al punto che si potrebbe sostenere la tesi che se Concilio virtuale si ebbe, fu proprio quello dei 16 documenti ufficiali del Concilio, rimasti nella raccolta dei testi della Santa Sede, ma mai calati nella concreta realtà storica.
L’opera di revisione storica e teologica avviata negli ultimi anni del pontificato benedettino ha aperto però una nuova pista storico-ermeneutica. Il Concilio, secondo questa prospettiva, non fu tradito né da Paolo VI, né dal “partito mediatico”, ma da Giovanni XXIII, colui che l’aveva indetto e che lo diresse fino alla morte, avvenuta il 3 giugno 1963, tra la prima e la seconda sessione dei lavori. I fatti sembrano confermarlo. Il 25 gennaio 1959, a soli tre mesi dalla sua elezione al soglio pontificio, Papa Roncalli annunciò l’indizione del Concilio Vaticano II. La sorpresa fu grande, ma la preparazione del Concilio durò ben tre anni, attraverso una fase ante-preparatoria (un anno) e una fase preparatoria (due anni).
Nella primavera del 1960 si raccolsero i consilia et vota, cioè le 2150 risposte ricevute dai vescovi di tutto il mondo, interpellati sui temi della futura assemblea. Poi tutto questo materiale fu rimesso a dieci commissioni nominate dal Papa per redigere gli “schemi” da sottoporre al Concilio. Le commissioni operarono, sotto la supervisione del cardinale Ottaviani, prefetto del Sant’Uffizio, fino al giugno del 1962. L’imponente lavoro fu raccolto in 16 volumi contenenti gli schemi di 54 decreti e 15 costituzioni dogmatiche. Il 13 luglio, tre mesi prima dell’apertura dell’assemblea, Giovanni XXIII stabilì che i primi sette schemi di costituzione, da lui approvati, fossero inviati a tutti i Padri conciliari come base della discussione per le congregazioni generali. Essi riguardavano: Le fonti della rivelazione; Mantenere puro il deposito della fede; L’ordine morale cristiano; Castità, Matrimonio, Famiglia e Verginità; La Sacra Liturgia; I mezzi di comunicazione; L’unità della Chiesa con le chiese orientali. Questi documenti, a cui avevano lavorato per tre anni dieci commissioni, raccoglievano quanto di meglio la teologia del Novecento avesse prodotto. Erano testi densi e articolati, che entravano direttamente nel cuore dei problemi del tempo, con un linguaggio chiaro e persuasivo. Giovanni XXIII li studiò con attenzione postillandoli, con commenti autografi: “Su tutti gli schemi – ricorda mons. Vincenzo Fagiolo – a lato ci sono queste espressioni spesso ripetute: “Bene”, “Optime”. Su uno solo, quello sulla liturgia, che nel volume figura al quinto posto alle pp. 157-199, qua e là è scritto sempre di pugno del Papa qualche punto interrogativo in senso di meraviglia e non approvazione”. Quando nel luglio del 1962 mons. Pericle Felici, segretario del Concilio, gli presentò gli schemi conciliari da lui rivisti ed approvati, Papa Roncalli commentò con entusiasmo: “Il Concilio è fatto, a Natale possiamo concludere!”. In realtà, a Natale di quell’anno tutti gli schemi del Concilio erano già stati buttati a mare, tranne il De Liturgia, proprio quello che piaceva meno a Giovanni XXIII, ma l’unico che soddisfaceva i progressisti. E il Concilio Vaticano II non sarebbe durato tre mesi, ma tre anni.
Che cosa era accaduto? Nel mese di giugno 1962 il cardinale Léon-Joseph Suenens nuovo arcivescovo di Malines-Bruxelles, riunì un gruppo di cardinali al Collegio belga di Roma, per discutere un “piano” per il prossimo Concilio. Suenens racconta di aver discusso con loro un documento “confidenziale” in cui criticava gli schemi predisposti dalle commissioni preparatorie e suggeriva al Papa di creare, “a suo uso personale e privato”, una commissione ristretta, “una sorta di brain trust” per rispondere ai grandi problemi di attualità pastorale. Nel mese di agosto giunse al Papa anche una supplica del cardinale canadese Paul-Emile Léger, arcivescovo di Montréal. La lettera era firmata dai cardinali Liénart, Döpfner, Alfrink, König e Suenens. Il documento criticava apertamente i sette primi schemi che avrebbero dovuto essere discussi dall’assemblea, affermando che essi non si accordavano con l’orientamento che Giovanni XXIII avrebbe dovuto dare al Concilio.
Il Vaticano II si aprì l’11 ottobre 1962. Il 13 ottobre fu inaugurata la prima congregazione generale, ma in apertura di seduta avvenne un inaspettato colpo di scena. L’ordine del giorno prevedeva di votare per eleggere i rappresentanti dei Padri conciliari nelle dieci commissioni deputate a esaminare gli schemi redatti dalla commissione preparatoria. Il cardinale Liénart, appoggiato dai cardinali Frings, Doepfner e Koenig, protestò per la mancata consultazione delle conferenze episcopali e chiese la loro convocazione prima di votare per le commissioni. Tutto era stato organizzato dagli esponenti della “nouvelle thélogie”, nella notte precedente, al seminario francese di Santa Chiara. Il cardinale Tisserant, presidente dell’assemblea, concesse il rinvio e la consultazione delle conferenze episcopali, chiamate ad indicare le liste dei nuovi nominativi per le commissioni. Il ruolo delle conferenze episcopali, che non era previsto dal regolamento, fu ufficialmente sancito. Venne così alla luce l’esistenza di un partito organizzato, la “Alleanza europea”, che ottenne la nomina di quasi tutti i propri candidati nelle commissioni. Le conferenze episcopali erano guidate, più che dai vescovi che ne facevano parte, dai loro esperti, i teologi, molti dei quali erano stati condannati da Pio XII e si apprestavano ora a svolgere un ruolo decisivo in Concilio. E poiché tra le conferenze episcopali la più organizzata era quella tedesca, decisivo fu il ruolo dei teologi tedeschi. Ma tra i teologi tedeschi uno in particolare si distingueva il gesuita Karl Rahner, la cui influenza sul Concilio fu determinante. Padre Ralph Wiltgen, nella sua fondamentale opera The Rhine flows into the Tiber (New York 1967) lo riassume efficacemente: “Poiché la posizione dei vescovi di lingua tedesca era regolarmente fatta propria dall’Alleanza europea e dato che la posizione dell’Alleanza era a sua volta generalmente adottata dal concilio, bastava che un solo teologo facesse adottare le proprie idee dai vescovi di lingua tedesca perché il Concilio le facesse sue. Questo teologo esisteva: era il padre Karl Rahner della Compagnia di Gesù”. Da quel momento si scrisse del Concilio una storia diversa.
Per chi vuole approfondire questa pista, oltre al mio Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau, Torino 2011) consiglio la lettura di alcuni recenti libri che offrono preziosi spunti su cui meditare. In un volumetto denso e succoso, Il Concilio parallelo. L’inizio anomalo del Vaticano II (Fede e Cultura, Verona 2014, pp. 125) e in un più vasto studio, Unam Sanctam. Studio sulle deviazioni dottrinali nella Chiesa cattolica del XXI secolo (Solfanelli, Chieti, 2014, pp. 438). Paolo Pasqualucci solleva esplicitamente la questione del tradimento avvenuto nei primi giorni dei lavori conciliari. Pasqualucci è un eminente professore di Filosofia del Diritto, che ha insegnato in diverse università italiane. Come giurista si sofferma soprattutto sulle numerose illegalità che deviarono il Concilio dal suo corso naturale, facendo naufragare il lavoro preparatorio e aprendo la strada ai propugnatori della Nouvelle Théologie.“Raramente – ricorda – un Concilio ecumenico fu preparato con maggior scrupolo, coscienziosità e rispetto dei diritti e delle opinioni di tutti. Si seguì la prassi del Vaticano I, elaborandola e perfezionandola” (p. 13). Il rigetto degli schemi fu un vero e proprio “brigantaggio procedurale”, che Pasqualucci identifica in questi punti: sabotaggio delle elezioni dei sedici membri di spettanza del Concilio; inversione dell’ordine del giorno e rinvio delle votazioni delle commissioni; insabbiamento della discussione in aula dello schema sulle Fonti della Rivelazione con la conseguente creazione di una commissione mista, dominata dal cardinale Bea, per il suo rifacimento. Gli schemi furono rifatti da capo a piedi, con uno spirito e un taglio completamenti diversi.
Un altro importante contributo viene offerto da un giovane ma già affermato teologo, padre Serafino M. Lanzetta, dei Francescani dell’Immacolata, in Il Vaticano II. Un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari (Cantagalli, Siena 2014, pp. 490). Padre Lanzetta utilizza fonti inedite, tratte soprattutto dell’Archivio Segreto Vaticano, seguendo attentamente l’iter che portò allo stravolgimento degli schemi preparatori. Lanzetta si sofferma in particolare sul passaggio dalla Aeternus unigeniti alla Lumen Gentium e dalla De Fontibus Revelationis alla Dei verbum, le due costituzioni che costituiscono gli assi portanti del magistero conciliare e che presentano elementi di criticità e ambiguità. Per sciogliere questi problemi, Lanzetta segue il metodo di interrogare il Concilio stesso, volendo scoprire soprattutto la sua mens, ciò che animava i Padri e ciò che determinò le loro scelte e decisioni. L’orizzonte al cui interno si muove il teologo è quello della distinzione classica tra dogmatica, che riguarda la dottrina, e pastorale che da essa dipende e deve essere guidata. Padre Lanzetta mostra come la pastoralità fu preponderante nel Vaticano II, fino a dettarne l’agenda e la direzione dei dibattiti, ma rifiuta di farne un principio teologico. Per il teologo francescano, il dato dottrinale del Vaticano II va letto alla luce della perenne Tradizione della Chiesa e il Concilio non può che iscriversi in questa ininterrotta Tradizione (p. 37). “Ciò che solo può far da guida nella comprensione del Vaticano II è l’intera Tradizione della Chiesa: il Vaticano II non è l’unico né l’ultimo concilio della Chiesa, ma un momento della sua storia” (pp. 74-75). “La perenne Traditio Ecclesiae è, quindi, il primo criterio ermeneutico del Vaticano II” (p. 75).
Ciò che frena il dibattito è il metus reverenziale che ogni cattolico ha giustamente verso le supreme autorità ecclesiastiche. Ma questo reverenziale rispetto e timore non può giungere al punto di deformare la verità storica e teologica. Sotto quest’aspetto il pontificato di Papa Francesco facilita la discussione. Il peso dell’ermeneutica di Benedetto XVI che gravava sul dibattito durante il pontificato, si è improvvisamente alleggerito dopo la sua abdicazione. Dopo la rinuncia al pontificato il Concilio di Benedetto XVI è uscito dalla storia e nella storia è rimasto il Concilio del suo avversario, il cardinale Kasper: il Concilio che si realizza nella prassi pastorale e che, dopo cinquant’anni di prassi pastorale, annuncia l’avvenuta liquidazione della morale cattolica. Il prossimo Sinodo dei vescovi dovrebbe prenderne atto. Il tema portante dell’Instrumentum Laboris, come dell’intervento del cardinale Kasper al Concistoro straordinario del 20 febbraio, è quello della abissale distanza tra la dottrina della Chiesa su matrimonio e famiglia e la prassi cattolica contemporanea. In questo documento il metro di misura della dottrina diviene la sociologia, la prassi capovolge la dottrina, la Chiesa viene ribaltata. E’ questo il titolo di un volume appena uscito di Enrico Maria Radaelli, La Chiesa ribaltata. Indagine estetica sulla teologia, sulla forma e sul linguaggio del magistero di Papa Francesco (Gondolin, Milano 2014, pp. 314), con una prefazione di mons. Antonio Livi. Radaelli, discepolo di Romano Amerio, è un attento osservatore del processo di “de-dogmatizzazione” che ha preso l’abbrivio dal Vaticano II e che sembra aver raggiunto l’apice con il magistero di Papa Francesco. Il mutamento di linguaggio della Chiesa ha inciso, negli ultimi cinquant’anni, sui contenuti, alterando lo stesso deposito dottrinale. Analizzando la Lumen Fidei di Papa Francesco, Radaelli osserva che in un’enciclica imperniata sulla virtù della fede, colpisce l’assenza totale di una definizione netta e precisa della virtù della fede (p. 68). Ancor più colpisce l’assenza totale della parola “dogma”, un concetto ormai bandito dalla Chiesa da cinquant’anni. “A cosa mai serve – afferma il filosofo milanese – una enciclica sulla fede che non denunci gli errori e le eresie oggi pullulanti nella Chiesa, che non individui e anatemizzi gli errori? (p. 257). Per Radaelli, che svolge una critica serrata della “teologia dell’Evento”, dell’“Incontro” e dell’“Esperienza”, “il linguaggio impositivo e dogmatico dovrebbe tornare ad essere serenamente riconosciuto linguaggio primo e conduttore di ogni altro linguaggio della Chiesa” (p. 73). Nella prefazione al volume mons. Antonio Livi, pur non condividendo alcune posizioni dell’autore, difende il suo diritto a manifestarle, così come difese gli articoli di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro su “Il Foglio”, perché ogni cattolico è libero di far sentire la propria opinione nel campo di quelle scelte teologiche e pastorali che non riguardano il dogma, ma l’opinabile.
Siamo in una situazione in cui la Chiesa non definisce né anatemizza, ma lascia aperta la libertà di discussione. Nelle librerie, nei seminari, nelle università cattoliche furoreggiano le tesi di autori ultraprogressisti, che negano l’esistenza stessa del concetto di “ortodossia”, come avviene sull’ultimo numero della rivista “Concilium”. Nell’epoca della de-dogmatizzazione, perché dogmatizzare il Vaticano II? La parola oggi è alla prassi, all’esperienza vissuta, da cui dovrebbe promanare la verità. Se così è, perché non ascoltare la voce di chi propone un cristianesimo vissuto, quello della Tradizione, che non nega il primato della dottrina, che non ricrea la verità, ma che alla immutabile Verità si richiama e si uniforma? (Roberto de Mattei)

http://www.conciliovaticanosecondo.it/articoli/il-conciliatore/#more-2418

domingo, 27 de abril de 2014

CARTA APOSTÓLICA EM FORMA DE MOTU PROPRIO DE SUA SANTIDADE BENTO XVI

 





«Os sumos pontífices até nossos dias se preocuparam constantemente para que a Igreja de Cristo oferecesse à Divina Majestade um culto digno de “louvor e glória de Seu nome” e “do bem de toda sua Santa Igreja”.

«Desde tempo imemorável, como também para o futuro, é necessário manter o princípio segundo o qual, “cada Igreja particular deve concordar com a Igreja universal, não só quanto à doutrina da fé e aos sinais sacramentais, mas também em respeito aos usos universalmente aceitos da ininterrupta tradição apostólica, que devem ser observados não só para evitar erros, mas também para transmitir a integridade da fé, para que a lei da oração da Igreja corresponda a sua lei de fé”.» (1)

«Entre os pontífices que tiveram essa preocupação ressalta o nome de São Gregório Magno, que fez todo o possível para que aos novos povos da Europa se transmitisse tanto a fé católica como os tesouros do culto e da cultura acumulados pelos romanos nos séculos precedentes. Ordenou que fosse definida e conservada a forma da sagrada Liturgia, relativa tanto ao Sacrifício da Missa como ao Ofício Divino, no modo em que se celebrava na Urbe. Promoveu com a máxima atenção a difusão dos monges e monjas que, agindo segundo a regra de São Bento, sempre junto ao anuncio do Evangelho exemplificaram com sua vida a saudável máxima da Regra: “Nada se antecipe à obra de Deus” (Cap. 43). Dessa forma a Sagrada Liturgia, celebrada segundo o uso romano, enriqueceu não somente a fé e a piedade, mas também a cultura de muitas populações. Consta efectivamente que a liturgia latina da Igreja em suas várias formas, em todos os séculos da era cristã, impulsionou na vida espiritual a numerosos santos e fortaleceu a tantos povos na virtude da religião e fecundou sua piedade”.»

Motu Proprio

«Muitos outros pontífices romanos, no transcurso dos séculos, mostraram particular solicitude para que a sagrada Liturgia manifestasse da forma mais eficaz esta tarefa: entre eles se destaca São Pio V, que sustentando por grande zelo pastoral, após a exortação do Concílio de Trento, renovou todo o culto da Igreja, revisou a edição dos livros litúrgicos emendados e “renovados segundo a norma dos Padres” e os deu em uso a Igreja Latina».

«Entre os livros litúrgicos do Rito romano ressalta-se o Missa Romano, que se desenvolveu na cidade de Roma, e que, pouco a pouco, com o transcurso dos séculos, tomou formas que têm grande semelhança com as vigentes em tempos mais recentes».

«Foi este o objectivo que buscaram os Pontífices Romanos no curso dos seguintes séculos, assegurando a actualização ou definindo os ritos e livros litúrgicos, e depois, ao início deste século, empreendendo uma reforma geral» (2). Assim actuaram nossos predecessores Clemente VIII, Urbano VIII, São Pio X (3), Bento XV, Pio XII e o beato João XXIII.

Motu Proprio

«Em tempos recentes, o Concílio Vaticano II expressou o desejo de que a devida e respeitosa reverência em respeito ao culto divino, se renovasse de novo e se adaptasse às necessidades de nossa época. Movido por este desejo, nosso predecessor, o Sumo Pontífice Paulo VI, aprovou em 1970 para a Igreja latina os livros litúrgicos reformados, e em parte, renovados. Estes, traduzidos às diversas línguas do mundo, foram acolhidos de bom grado pelos bispos, sacerdotes e fiéis. João Paulo II revisou a terceira edição típica do Missal Romano. Assim os Pontífices Romanos agiram “para que esta espécie de edifício litúrgico (...) aparecesse novamente esplendoroso por dignidade e harmonia”.» (4)

«Em algumas regiões, contudo, não poucos fiéis aderiram e seguem aderindo com muito amor e afecto às anteriores formas litúrgicas, que haviam embebido tão profundamente sua cultura e seu espírito, que o Sumo Pontífice João Paulo II, movido pela preocupação pastoral em relação a estes fiéis, no ano de 1984, com o indulto especial “Quattuor abhinc annos”, emitido pela Congregação para o Culto Divino, concedeu a faculdade de usar o Missal Romano editado pelo beato João XXIII no ano de 1962; mais tarde, no ano de 1988, com a Carta Apostólica “Ecclesia Dei”, dada em forma de Motu proprio, João Paulo II exortou aos bispos a utilizar ampla e generosamente esta faculdade em favor de todos os fiéis que o solicitassem.»

Motu Proprio

«Depois da consideração por parte de nosso predecessor João Paulo II das insistentes petições destes fiéis, depois de haver escutado aos Padres Cardeais no consistório de 22 de março de 2006, após haver reflectido profundamente sobre cada um dos aspectos da questão, invocado ao Espírito Santo e contando com a ajuda de Deus, com as presentes Cartas Apostólicas estabelecemos o seguinte:

Art. 1 – O Missal Romano promulgado por Paulo VI é a expressão ordinária da “Lex orandi” (“Lei de oração”), da Igreja católica de rito latino. Contudo o Missal Romano promulgado por São Pio V e novamente pelo beato João XXIII deve ser considerado como expressão extraordinária da mesma “Lex orandi” e gozar do respeito devido por seu uso venerável e antigo. Estas duas expressões da “Lex orandi” da Igreja não levarão de forma alguma a uma divisão da “Lex credendi” (“Lei da fé”) da Igreja; são, de fato, dois usos do único rito romano.

Por isso é licito celebrar o Sacrifício da Missa segundo a edição típica do Missal Romano promulgado pelo beato João XXIII em 1962, que não foi ab-rogado nunca, como forma extraordinária da Liturgia da Igreja. As condições para o uso deste missal estabelecidas nos documentos anteriores “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”, serão substituídas como se estabelece a seguir:

Art. 2 – Nas Missas celebradas sem o povo, todo sacerdote católico de rito latino, tanto secular como religioso, pode utilizar seja o Missal Romano editado pelo beato Papa João XXIII em 1962, seja o Missal Romano promulgado pelo Papa Paulo VI em 1970, em qualquer dia, excepto o Tríduo Sacro. Para dita celebração seguindo um ou outro missal, o sacerdote não necessita nenhuma permissão, nem da Sé Apostólica nem do ordinário.

Art. 3 – As comunidades dos institutos de vida consagrada e das Sociedades de vida apostólica, de direito tanto pontifício como diocesano, que desejem celebrar a Santa Missa segundo a edição do Missal Romano promulgado em 1962 na celebração conventual ou “comunitária” em seus oratórios próprios, podem fazê-lo. Se uma só comunidade ou um inteiro Instituto ou Sociedade quer praticar ditas celebrações eventualmente, habitualmente ou permanentemente, a decisão compete aos Superiores maiores segundo as normas do direito e segundo as regras e os estatutos particulares.

Motu Proprio

Art. 4 – À celebração da Santa Missa, a qual se refere o artigo 2, também podem ser admitidos –observadas as normas de direito– os fiéis que o peçam voluntariamente.

Art. 5, § 1º – Nas paróquias, onde haja um grupo estável de fiéis aderentes à precedente tradição litúrgica, o pároco acolherá de bom grado seu pedido de celebrar a Santa Missa segundo o rito do Missal Romano editado em 1962. Deve procurar que o bem destes fiéis se harmonize com a atenção pastoral ordinária da paróquia, sob a direção do bispo como estabelece o cân. 392 evitando a discórdia e favorecendo a unidade de toda a Igreja.

§ 2º - A celebração segundo o Missal do beato João XXIII pode ocorrer em dia ferial; nos domingos e nas festividades pode haver também uma celebração desse tipo.

§ 3º - O pároco permita também aos fiéis e sacerdotes que o solicitem a celebração nesta forma extraordinária em circunstâncias particulares, como matrimônios, exéquias ou celebrações ocasionais, como por exemplo as peregrinações.

§ 4º - Os sacerdotes que utilizem o Missal do beato João XXIII devem ser idôneos e não ter nenhum impedimento jurídico.

§5º - Nas igrejas que não são paroquiais nem conventuais, é competência do Reitor conceder a licença mais acima citada.

Motu Proprio
Art. 6 – Nas missas celebradas com o povo segundo o Missal do Beato João XXIII, as leituras podem ser proclamadas também em língua vernácula, usando edições reconhecidas pela Sé Apostólica.

Art. 7 – Se um grupo de fiéis leigos, como os citados no art. 5, §1º, não tenha obtido satisfação a suas petições por parte do pároco, informe ao bispo diocesano. Convida-se vivamente ao bispo a satisfazer seu desejo. Se não pode prover a esta celebração, o assunto se remeta à Pontifícia Comissão “Ecclesia Dei”.

Art. 8 – O bispo, que deseja responder a estas petições dos fiéis leigos, mas que por diferentes causas não pode fazê-lo, pode indicar à Comissão “Ecclesia Dei” para que lhe aconselhe e lhe ajude.

Art. 9 § 1º - O pároco, após ter considerado tudo antecipadamente, pode conceder a licença para usar o ritual precedente na administração dos sacramentos do Batismo, do Matrimônio, da Penitência e da Unção dos Enfermos, se o requer o bem das almas.

§ 2º - Aos ordinários se concede a faculdade de celebrar o sacramento da Confirmação usando o precedente Pontifical Romano, sempre que o requeira o bem das almas.

§ 3º - Aos clérigos constituídos “in sacris” é licito usar o Breviário Romano promulgado pelo Beato João XXIII em 1962.

Motu proprio

Art. 10 – O ordinário do lugar, se o considerar oportuno, pode erigir uma paróquia pessoal segundo a norma do cânon 518 para as celebrações com a forma antiga do rito romano, ou nomear um capelão, observadas as normas de direito.

Art. 11 – A Pontifícia Comissão “Ecclesia Dei”, erigida por João Paulo II em 1988, segue exercitando sua missão. Esta Comissão deve ter a forma, e cumprir as tarefas e as normas que o Romano Pontífice queira atribuir-lhe.

Art. 12 – A mesma Comissão, alem das faculdades das que já goza, exercitará a autoridade da Santa Sé vigiando sobre a observância e aplicação destas disposições.

Tudo quanto temos estabelecida com estas Cartas Apostólicas em forma de Motu Próprio, ordenamos que se considere “estabelecido e decretado” e que se observe desde 14 de setembro deste ano, festa da Exaltação da Santa Cruz, pese ao que possa haver em contrário.

Dado em Roma, em São Padre, em 7 de julho de 2007, terceiro ano de meu Pontificado.

NOTAS

(1) Ordenamento geral do Missal Romano 3ª ed. 2002 ,n. 937
(2) (2) JOÃO PAULO II, Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 4 dezembro 1988, 3: AAS 81 (1989), 899
(3) (3) Ibid. JOÃO PAULO II, Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 4 dezembro 1988, 3: AAS 81 (1989), 899
(4) (4) S. PIO X, Lett. ap. Motu propio data, Abhinc duos annos, 23 outubro 1913: AAS 5 (1913), 449-450; cfr JOÃO PAULO II lett. ap. Vicesimus quintus annus, n. 3: AAS 81 (1989), 899
(5) (5) Cfr IOANNES PAULUS II, Lett. ap. Motu proprio data Ecclesia Dei, 2 julho 1988, 6: AAS 80 (1988), 1498