Benedictus XVI

Joseph Ratzinger

19.IV.2005

-

28.II.2013


Cardeal Joseph Ratzinger :“A verdade é que o próprio Concílio não definiu nenhum dogma e conscientemente quis expressar-se em um nível muito mais modesto, meramente como Concílio pastoral; entretanto, muitos o interpretam como se ele fosse o super dogma que tira a de todos os demais Concílios". (Cardeal Joseph Ratzinger, Alocução aos Bispos do Chile, em 13 de Julho de 1988, in Comunhão Libertação, Cl, año IV, Nº 24, 1988, p. 56).
Cardinal  Joseph  Ratzinger

FROM SELF-CRITICISM TO SELF-DESTRUCTION

"Certainly, the results [of Vatican II] seem cruelly opposed to the expectations of everyone, beginning with those of Pope John XXIII and then of Paul VI: expected was a new Catholic unity and instead we have been exposed to dissension which---to use the words of Paul VI---seems to have gone from self-criticism to self-destruction. Expected was a new enthusiasm, and many wound up discouraged and bored. Expected was a great step forward, and instead we find ourselves faced with a progressive process of decadence which has developed for the most part precisely under the sign of a calling back to the Council, and has therefore contributed to discrediting for many. The net result therefore seems negative. I am repeating here what I said ten years after the conclusion of the work: it is incontrovertible that this period has definitely been unfavorable for th Catholic Church."

L'Osservatore Romano (English edition),
24 December 1984

terça-feira, 9 de outubro de 2012

Roberto de Mattei Quando la tradizione fu opacizzata. L’altare cattolico e il Concilio Vaticano II. Chiesa cattolica: che cosa succede in Vaticano

Roberto de Mattei Quando la tradizione fu opacizzata

Quando la tradizione fu opacizzata

(di su Il Foglio del 09-10-2012) Fu evento storico più importante nei modi che nei testi prodotti Continuità o rottura? E’ forse giunto il momento di uscire dalla gabbia ermeneutica in cui si dibattono gli studiosi del Concilio Vaticano II. Tutti coloro che affrontano la discussione storiografica sul Concilio, mettendone in luce, da diverse angolature, gli elementi di oggettiva “svolta” con l’epoca precedente, vengono infatti sbrigativamente etichettati come sostenitori dell’“ermeneutica della discontinuità”, in contrasto con il magistero di Benedetto XVI e dei suoi predecessori.
Questo è ad esempio il sovrano metro di giudizio di monsignor Agostino Marchetto, nel suo recente volume Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica (Libreria Editrice Vaticana, 2012) come lo era stato del resto nel suo precedente studio Il Concilio ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia (Libreria Editrice Vaticana, 2005).
In questi due libri più che storico, monsignor Marchetto si dimostra attento recensore di tutto ciò che nell’ultimo decennio è stato pubblicato in tema di Vaticano II. Non è questo necessariamente un limite. Il limite è quello di lanciare sugli autori recensiti, a destra e a sinistra, accuse di “discontinuismo”, facendosi scudo di un presunto magistero a questo riguardo per coprire una sostanziale debolezza argomentativa. Benedetto XVI però, nel suo discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, ha dichiarato che all’ermeneutica della discontinuità non si oppone un’ermeneutica della continuità tout court, ma un’“ermeneutica della riforma” la cui vera natura consiste in un “insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi”. Forse è proprio dalla constatazione dell’esistenza di livelli diversi di continuità e di discontinuità che bisognerebbe procedere.
Continuità o discontinuità del Vaticano II nei confronti della chiesa precedente che può essere considerata sotto due aspetti: la dimensione storica e umana della chiesa e la sua dimensione ontologica, che si esprime nella immutabilità della sua Tradizione. Una distinzione che corrisponde alla duplice natura della chiesa, umana e divina e che rende il discorso ben più articolato e ricco di sfumature di quanto monsignor Marchetto e altri autori vorrebbero. Il primo livello di indagine spetta allo storico, che ha come criterio veritativo quello dell’accertamento e della valutazione dei fatti. Il secondo livello appartiene al teologo, al pastore e, in ultima istanza, al Sommo Pontefice, supremo custode delle verità di fede e di morale. Si tratta di due piani distinti, ma connessi e interdipendenti, come lo sono l’anima e il corpo nell’organismo umano. Ma è solo dopo la ricostruzione storica, non prima, che intervengono i pastori, per formulare i loro giudizi
teologici e morali.
I due livelli, quello storico e quello ermeneutico non si possono confondere, a meno di non ritenere che la storia coincida con la sua interpretazione. Ciò significa che il Concilio Vaticano II deve essere affrontato non solo sul piano teologico, ma innanzitutto, sul piano storico come evento. Il teologo eserciterà la sua riflessione sui testi, lo storico, senza trascurare i testi, riserverà la sua attenzione soprattutto alla loro genesi, alle loro conseguenze, al contesto in cui essi si situano. Sia lo storico che il teologo cercano la verità, che è la medesima, ma vi arrivano per vie diverse, non contrapposte.
Sembra che sia stato il cardinale Ruini ad affidare a Marchetto il compito di contrastare l’opera storica, di segno ultraprogressista, di Giuseppe Alberigo e della sua “scuola di Bologna”. Ma contro la storia tendenziosa di Alberigo e dei suoi continuatori non è sufficiente affermare che i documenti del Concilio devono essere letti in continuità e non in rottura con la Tradizione.
Quando nel 1619 Paolo Sarpi scrisse una storia eterodossa del Concilio di Trento, non gli furono contrapposte le formule dogmatiche di Trento, ma gli fu opposta una storia diversa, la celebre Storia del Concilio di Trento scritta per ordine del Papa Innocenzo X dal cardinale Pietro Sforza Pallavicino (1656-1657): la storia infatti si combatte con la storia, non con le affermazioni teologiche. E’ questo il motivo per cui le critiche che Marchetto rivolge al mio studio Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau, 2011), sono pallottole a salve fuori bersaglio. Non sono infatti né un “discontinuista”, come Marchetto si ostina a ripetere, né un “continuista”, perché giudico questo termine altrettanto privo di significato del precedente.
Sono più semplicemente uno storico che si propone di raccontare in maniera vera e oggettiva quanto è accaduto, non solo nei tre anni in cui si svolse il Concilio Vaticano II, dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre 1965, ma negli anni che lo precedettero e in quelli che a esso immediatamente seguirono, l’epoca del cosiddetto “postconcilio”. Faccio mio l’auspicio che il cardinale Ruini rivolgeva il 22 giugno 2005 all’impresa di monsignor Marchetto (“è tempo che la storiografia produca una nuova ricostruzione del Vaticano II che sia anche, finalmente, una storia di verità”) ma non credo che sia produttivo nascondere la verità storica dietro il velo di una malintesa “ermeneutica della continuità” Discordo radicalmente dalla lettura del Concilio che lo storico di Bologna Giuseppe Ruggieri propone nel suo recente Ritrovare il concilio (Einaudi, 2012), ma non posso dargli torto quando afferma che il compito dello storico consiste “nel conoscere, a partire dalle fonti, cosa sia veramente accaduto e nel comprendere il significato effettivo di ciò che è veramente accaduto” e spiega perché il Concilio Vaticano non è riducibile alle sue decisioni (pp. 7-11).
Ho già avuto occasione di scriverlo: i Concili possono promulgare dogmi, verità, decreti, canoni, che sono emanati dal Concilio, ma che non sono il Concilio. Il Concilio è diverso dalle sue decisioni, che solo quando sono infallibilmente promulgate entrano a far parte della Tradizione (Apologia della Tradizione. Poscritto a Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta). Come negare che il Concilio Vaticano II abbia avuto una sua “specificità” rispetto ad altri eventi storici e che abbia rappresentato, per molti aspetti, una “Rivoluzione”? Lo attestano le testimonianze che in occasione dei cinquant’anni dell’apertura del Concilio ha raccolto Avvenire, come quella del sociologo canadese Charles Taylor, che ricorda l’evento con queste parole: “Era come la caduta di Gerico” (Avvenire, 26 luglio 2012).
La principale novità del Vaticano II fu la sua natura pastorale. Il cardinale Walter Brandmüller lo ha spiegato bene. I Concili esercitano, sotto e con il Papa, un solenne magistero in materia di fede e di morale e si pongono come supremi giudici e legislatori in materia di diritto e di disciplina della chiesa, ma il Vaticano II, al contrario dei precedenti Concili, “non ha esercitato la giurisdizione né legiferato, né deliberato su questioni di fede in via definitiva. Esso è stato piuttosto un nuovo tipo di Concilio, in quanto si è concepito come Concilio pastorale, che voleva spiegare al mondo di oggi la dottrina e gli insegnamenti del Vangelo in un modo più attraente e istruttivo. In particolare non ha pronunciato alcuna censura dottrinale. […] Invece il timore di pronunciare sia censure dottrinali che definizioni dogmatiche ha fatto sì che alla fine emergessero pronunciamenti conciliari il cui grado di autenticità e dunque di obbligatorietà fu assolutamente vario. (…)
Ogni testo conciliare ha un differente grado di cogenza. Anche questo è un aspetto totalmente nuovo nella storia dei Concili” (Walter Brandmüller, Il Vaticano II nel contesto della storia conciliare, in Aa. Vv., Le “chiavi” di Benedetto XVI per interpretare il Vaticano II, Cantagalli, 2012, pp. 54-55). Gli studi di monsignor Brunero Gherardini (l’ultimo è Il Vaticano II. Alle radici di un equivoco, Lindau, 2012) restano il punto di riferimento fondamentale per una valutazione del grado di cogenza di questi insegnamenti per lo più pastorali. Caratteristica sorprendente quella della pastoralità perché in tutti i venti Concili universali precedenti, la forma è sempre dogmatica e normativa. Quella definitoria, come osserva Enrico Maria Radaelli, in un suo acuto studio sul linguaggio del Vaticano II, è “la forma naturale del linguaggio della chiesa” (Il domani – terribile o radioso – del dogma, edizione pro manuscripto, 2012).
La pastoralità non fu solo un “fatto”, ovvero la naturale esplicazione del contenuto dogmatico del Concilio nei modi adatti ai tempi, come era sempre stato. Né il Concilio Vaticano I, né quello di Trento erano infatti privi di dimensione pastorale. La “pastoralità” fu invece elevata a principio alternativo alla “dogmaticità”, sottintendendo una priorità della prima sulla seconda. La dimensione pastorale, per sé accidentale e secondaria rispetto a quella dottrinale, divenne nei fatti prioritaria, operando una rivoluzione nel linguaggio e nella mentalità. Un autore non appartenente alla scuola di Bologna, il padre John O’Malley della Georgetown University, ha definito il Vaticano II come “un evento linguistico”, spiegando come alle professioni di fede e dei canoni si sostituì un “genere letterario” che egli chiama “epidittico”, ovvero discorsivo (Che cosa è successo nel Vaticano II, tr. it. Vita e Pensiero, 2010, pp. 45-54).
La chiesa si spogliò della sua veste dogmatica per indossare un nuovo abito pastorale ed esortativo, non più obbligatorio e definitivo. Ma esprimersi in termini diversi dal passato, significa compiere una trasformazione culturale più profonda di quanto possa sembrare. Lo stile del discorso e il modo con cui ci si presenta rivelano infatti un modo di essere e di pensare: lo stile, ricorda O’Malley, è l’espressione ultima del significato. Si può aggiungere che la rivoluzione nel linguaggio non consiste solo nel cambiare il significato delle parole, ma anche nell’omettere alcuni termini e concetti. Si potrebbero fare molti esempi: affermare che l’inferno è vuoto, cosa che il Concilio non fece, è certamente una proposizione temeraria, se non eretica.
Omettere, o limitare al massimo, ogni riferimento all’inferno come il Concilio fece, non formula nessuna proposizione erronea, ma costituisce un’omissione che prepara la strada a un errore ancora più grave dell’inferno vuoto: l’idea che l’inferno non esiste, perché non se ne parla, e ciò che è ignorato è come se non esistesse. Questo linguaggio però non si è rivelato adeguato a esprimere efficacemente il messaggio religioso e morale del Vangelo. Rinunciando a esprimere il suo insegnamento in maniera autoritativa e veritativa, la chiesa ha anche rinunziato a scegliere tra il sì e il no, tra il bianco e il nero, aprendo ampie zone di equivocità.
La principale caratteristica dei testi conciliari è non a caso l’ambiguità. Romano Amerio fu il primo a mettere in evidenza “il carattere anfibologico dei testi conciliari” (Iota Unum, Lindau, 2010), ovvero la loro equivocità di fondo, che permette di leggerli in continuità o in discontinuità con la Tradizione precedente. Un documento ambiguo può essere esplicitato nel senso della continuità, come si sforza di fare Benedetto
XVI, o in quello della discontinuità, come fa la teologia progressista, ma non ha mai la limpidezza e il nitore che hanno i grandi testi conciliari da Nicea al Vaticano I ai quali non si sbaglia mai nel richiamarsi.
Secondo la scuola di Bologna la dimensione pastorale va considerata come una novità dottrinale implicita nel discorso di apertura di Giovanni XXIII che presentava il Concilio come un “balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e formazione delle coscienze”; si trattava, afferma Ruggieri, di “un nuovo orientamento dottrinale, consistente soprattutto nella reinterpretazione della sostanza viva del Vangelo nel linguaggio che la storia attuale degli uomini e delle donne esige…”. La rottura apparentemente solo linguistica fu, secondo i bolognesi, in realtà dottrinale e questo perché, per essi, il modo in cui si parla e agisce è dottrina che si fa prassi. Come non
vedere in questa convinzione, che fu allora di Dossetti, ed è oggi dei suoi eredi, attraverso
Alberigo, la trascrizione all’interno della chiesa della categoria gramsciana di prassi in voga negli anni Sessanta?
La prassi era il modo di rapportarsi della chiesa con il mondo, che in quegli anni effettivamente mutò, abbandonando, ad esempio, come ben sottolineano Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, la lingua latina, la predicazione apologetica per il popolo e lo stile definitorio e giuridico (La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi Editore, 2011). Il Vaticano II non ne deliberò in modo esplicito e solenne la rimozione e tuttavia il vento del Concilio spazzò via questi tre pilastri della comunicazione cattolica, sostituendoli con un nuovo modo di esprimersi e di parlare ai fedeli. Una volta accettato il primato della prassi si arrivò all’assunzione di criteri massmediatici, come vere e proprie categorie ecclesiali.
La assunzione del linguaggio mediatico, proprio del mondo, costrinse a sottomettersi alle sue regole. Ciò spiega il ruolo di quel “paraconcilio” a cui si sono volute attribuire responsabilità che però scaturivano dallo stesso evento conciliare (don Enrico Finotti, Vaticano II 50 anni dopo, Fede & Cultura, 2012, pp. 81-104). L’errore della scuola di Bologna non è quello di mettere in luce la portata della rivoluzione pastorale, che i teologi e gli storici “continuisti” pretendono minimizzare, ma di presentarla come una “nuova Pentecoste” per la chiesa, tacendone le catastrofiche conseguenze. Il loro errore non sta nella ricostruzione storica, generalmente corretta, pur nelle forzature, ma nella pretesa, tipica dell’immanentismo modernista, di fare della storia un locus teologico.
L’“ascolto della Parola di Dio” diviene per essi l’ascolto del Verbo che si autorivela nel divenire storico. Per Ruggieri, l’espressione più vera di questa ermeneutica storica sarebbe la costituzione Dei Verbum, laddove soprattutto nel proemio e al n. 2, “essa non separa la rivelazione dall’evento del suo ascolto e introduce così la storia stessa come elemento costitutivo dell’autocomunicazione”. Anche se l’espressione più diretta di questa ermeneutica storica è certamente Gaudium et spes, perché nella redazione della costituzione l’orientamento fondamentale fu quello di uno sguardo recettivo nei confronti della storia, come luogo nel quale avviene l’interpellazione attuale di Dio, con il riconoscimento esplicito che “la chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano” (GS, 44)”.
La strada da seguire non è segnata dall’orientamento che propone Giuseppe Ruggieri né da quello che indica monsignor Marchetto, ma dal ritorno alla grande tradizione storiografica della chiesa. L’ermeneutica biblica contemporanea postula l’uso di una strumentazione storicocritica per analizzare la dimensione umana della Sacra Scrittura, e portarne alla luce la verità oltre le ingenuità apologetiche. Ma se, come affermano gli esegeti à la page, la via maestra per avvicinarsi alle Sacre Scritture è il metodo storico-critico, non si comprende perché lo stesso tipo di indagine non possa essere applicato a un evento storico quale fu il Concilio Vaticano II. Sembra curioso, il tentativo di demitizzare la Scrittura, arrivando a negare dogmi centrali della Fede cattolica, e di divinizzare invece il Vaticano II, facendone un “superdogma”, che non ammette critiche o revisioni di alcun genere.
Il cardinale Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Comitato per le Scienze storiche, ha promosso nel 2012 alcuni seminari di studio sul Vaticano II, tra studiosi di differenti tendenze. Questi colloqui, sono stati un’utile occasione per togliere al Vaticano II quel velo di “intoccabilità” che impedisce ogni serio approfondimento e farlo oggetto di una pacata analisi tesa a collocarlo, all’interno della storia della chiesa, come non il primo né l’ultimo, ma il ventunesimo Concilio ecumenico della chiesa. C’è da augurarsi che l’Anno della Fede inaugurato da Benedetto XVI contribuisca a questa opera di rivisitazione storica, così importante per comprendere le cause della crisi religiosa e morale contemporanea.
Roberto de Mattei

http://www.robertodemattei.it/2012/10/09/quando-la-tradizione-fu-opacizzata/#more-592

L’altare cattolico e il Concilio Vaticano II. Libro di M. Davies, prefato dal prof. de Mattei

L’altare cattolico e il Concilio Vaticano II. Libro di M. Davies, prefato dal prof. de Mattei

(di Roberto de Mattei su Messa in Latino del 12/12/2011) Michael Trehorne Davies nacque a Yeovil, nel Somerset, il 13 marzo 1936 e morì a Chislehurst in Kent, il 25 settembre 2004. Fu presidente della Federazione Internazionale Una Voce dal 1995 al 2003 e soprattutto autore di numerose opere in difesa della Tradizione cattolica, nelle quali il rigore delle argomentazioni e l’accuratezza delle informazioni si accompagnava ad una eccellente preparazione teologica. L’allora cardinale Ratzinger, che lo conobbe personalmente, lo definì “un uomo di profonda fede”, “sempre fedele alla Chiesa”.
Il cardinale Ratzinger, oggi Benedetto XVI, condivideva con Michael Davies l’ammirazione per gli studi di mons. Klaus Gamber, che aveva dimostrato come l’orientamento dell’Altare, e la celebrazione del Santo Sacrificio verso il popolo, introdotti dalla Liturgia postconciliare, avessero segnato un capovolgimento rispetto alla prassi immemorabile della Chiesa, implicando anche un cambiamento nella comprensione del Santo Sacrificio della Messa. È dall’esame della Sacra Liturgia nei primi secoli che Davies prende le mosse in questo saggio, nel quale una parte importante è dedicata a stabilire un paragone tra il culto cattolico e il culto protestante.
Davies, che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo anche per l’attrazione che su di lui esercitava la Liturgia romana, ha trattato più ampiamente questo tema in uno de suoi libri più interessanti, La riforma liturgica anglicana, che ha avuto sei edizioni inglesi, ed una in francese. Egli vi dimostra, sulla base di inoppugnabili documenti storici, che il protestantesimo in Inghilterra entrò e si diffuse più che con la predicazione e l’insegnamento, grazie a una riforma liturgica che fece scivolare in pochi anni clero e popolo nell’eresia.
Quando, nel 1509, il re Enrico VIII salì al trono, l’Inghilterra, chiamata tradizionalmente “la dote di Maria”, conosceva un’epoca di rinnovamento religioso, malgrado la presenza di sporadici abusi. Ma cinquant’anni dopo, nel 1559, sotto il regno di sua figlia Elisabetta, lo scisma di Enrico VIII era compiuto e il cattolicesimo era definitivamente distrutto. Una nuova forma di cristianesimo, l’anglicanesimo, l’aveva rimpiazzato, prima di diffondersi in tutto il mondo anglosassone. Questo cambiamento imprevisto e in massa di tutto un popolo non ebbe come causa principale la predicazione di un Riformatore, quale Lutero in Germania o Calvino in Svizzera.
Esso fu opera primaria dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer, il quale, già segretamente protestante, concepì uno spregiudicato piano di modifica radicale della fede del popolo inglese attraverso il mutamento della Liturgia. Egli era infatti convinto che la pratica liturgica quotidiana avrebbe trasformato le idee e le mentalità meglio di qualsivoglia libro o discorso. La storia della riforma inglese è quella di un disegno che, pur a momenti alterni, finì per prevalere grazie al carattere profondamente equivoco del Book of Prayers cranmeriano, suscettibile, per la sua ambiguità, di opposte “ermeneutiche”.
Michael Davies era fiero delle sue origini gallesi e conclude significativamente queste pagine con un riferimento a san Riccardo Gwyn, insegnante del Galles, padre di sei bambini, giustiziato nel 1584 per essersi rifiutato di partecipare alla liturgia protestante. Di questo spirito profondamente cattolico della sua patria egli raccolse l’eredità e la volle ritrasmettere alle generazioni future. Il fatto che oggi la Tradizione cattolica conosca una rinascita si deve a cattolici come Michael Davies, che con i loro libri, articoli e conferenze, hanno contribuito a rianimare e istruire migliaia di fedeli in un’epoca di confusione e di sbandamento come quella che attraversiamo.
Roberto de Mattei

Roberto de Mattei Chiesa cattolica: che cosa succede in Vaticano?

Chiesa cattolica: che cosa succede in Vaticano?

(di su Corrispondenza Romana del 29-05-2012) Che cosa succede in Vaticano? I cattolici del mondo intero si domandano costernati qual è il senso delle notizie che esplodono sulla stampa e che sembrano rivelare l’esistenza di una guerra ecclesiastica interna alle Mura Leonine, la cui portata è artatamente ingigantita dai mass media. Però, se non è facile capire che cosa succede, si può tentare di capire perché tutto ciò oggi accade.
Non è privo di significato il fatto che l’autocombustione divampi proprio mentre ricorre il 50esimo anniversario del Concilio Vaticano II. Tra tutti i documenti di quel Concilio, il più emblematico, e forse il più discusso, è la costituzione Gaudium et Spes, che non piacque al teologo Josef Ratzinger. In quel documento si celebrava con irenico ottimismo l’abbraccio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Era il mondo degli anni Sessanta, intriso di consumismo e di secolarismo; un mondo su cui si proiettava l’ombra dell’imperialismo comunista, di cui il Concilio non volle parlare.
Il Vaticano II vedeva i germi positivi della modernità, ma non ne scorgeva il pericolo, rinunciava a denunciarne gli errori e rifiutava di riconoscerne le radici anticristiane. Si poneva in ascolto del mondo e cercava di leggere i «segni dei tempi», nella convinzione che la storia portasse con sé un indefinito progresso. I Padri conciliari sembravano aver fretta di chiudere con il passato, nella convinzione che il futuro sarebbe stato propizio per la Chiesa e per l’umanità. Così purtroppo non fu. Negli anni del postconcilio, allo slancio verticale verso i princìpi trascendenti si sostituì l’inseguimento dei valori terrestri e mondani.
Il principio filosofico di immanenza si tradusse in una visione orizzontale e sociologica del Cristianesimo, simboleggiata, nella liturgia, dall’altare rivolto verso il popolo. La conversio ad populum, pagata a prezzo di inaudite devastazioni artistiche, trasformò l’immagine del Corpo Mistico di Cristo in quella di un corpo sociale svuotato della sua anima soprannaturale. Ma se la Chiesa volta le spalle al soprannaturale e al trascendente, per volgersi al naturale e all’immanente, capovolge l’insegnamento del Vangelo per cui bisogna essere «nel mondo, ma non del mondo»: cessa di cristianizzare il mondo ed è mondanizzata da esso.
Il Regno di Dio diviene una struttura di potere in cui dominano il calcolo e la ragion politica, le passioni umane e gli interessi contingenti. La “svolta antropocentrica” portò nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio. Quando parliamo di Chiesa ci riferiamo naturalmente non alla Chiesa in sé, ma agli uomini che ne fanno parte. La Chiesa ha una natura divina che da nulla è offuscata e che la rende sempre pura e immacolata. Ma la sua dimensione umana può essere ricoperta da quella fuliggine che Benedetto XVI, nella Via Crucis precedente alla sua elezione, chiamò «sporcizia» e Paolo VI, di fronte alle crepe conciliari, definì, con parole inconsapevolmente profetiche, «fumo di Satana» penetrato nel tempio di Dio.
Fumo di Satana, prima delle debolezze e delle miserie degli uomini, sono i discorsi eretizzanti e le affermazioni equivoche che a partire dal Concilio Vaticano II si susseguono nella Chiesa, senza che ancora sia iniziata quell’opera che Giovanni Paolo II chiamò di «purificazione della memoria» e che noi, più semplicemente, chiamiamo «esame di coscienza», per capire dove abbiamo sbagliato, che cosa dobbiamo correggere, come dobbiamo corrispondere alla volontà di Gesù Cristo, che resta l’unico Salvatore, non solo del suo Corpo Mistico, ma di una società alla deriva. La Chiesa vive un’epoca di crisi, ma è ricca di risorse spirituali e di santità che continuano a brillare in tante anime. L’ora delle tenebre si accompagna sempre nella sua storia all’ora della luce che rifulge. ()

domingo, 7 de outubro de 2012

Il Papa: vorrei proporre a tutti di valorizzare la preghiera del Rosario nel prossimo Anno della fede. Il Papa apre il Sinodo: Non si può parlare della nuova evangelizzazione senza una disposizione sincera di conversione.

Pope opens Synod: The Church exists to evangelize


(Vatican Radio) – A host of cardinals, bishops, priests, religious and lay people drawn from throughout the Universal Church gathered around Pope Benedict XVI Sunday morning as he declared the Thirteenth Synod of Bishops on the New Evangelisation, officially open. Emer McCarthy reports Listen:

Green was the liturgical colour and the concelebrating Synod fathers took their places at the foot of the altar before the façade of St Peter’s Basilica, as Pope Benedict XVI outlined his vision and hopes for the important task ahead of them in the next three weeks: helping people to rediscover faith in Jesus Christ.

In his homily, he said “in every time and place, evangelization always has as its starting and finishing points Jesus Christ, the Son of God (cf. Mk 1:1); and the Crucifix is the ...»

Бэнэдыкт XVI на распачацце Сіноду: няма новай евангелізацыі без пакаяння



RealAudioMP3 Бэнэдыкт XVI узначаліў 7 кастрычніка раніцай на плошчы перад ватыканскай базылікай св. Імшу на распачацце Сінода Біскупаў па новай евангелізацыі. Яна была спалучана з абвяшчэнне Доктарамі Касцёла св. Яна Авільскага і св. Хільдэгарды з Бінгена. У сваёй гаміліі Пантыфік адзначыў, што тэматыка сёлетняга Сіноду адпавядае “праграмнай лініі” Каталіцкага Касцёла і ўсіх яго членаў: супольнасцяў, сем’яў, інстытутаў, і нават выходзіць далёка за яго межы, сведчаннем чаму з’яўляецца прысутнасць на асамблеі прадстаўнікоў іншых хрысціянскіх Цэркваў і супольнасцяў. Бэнэдыкт XVI звярнуўся да зместу нядзельнай Літургіі слова і падкрэсліў, што яна закранае дзве асноўныя тэмы: стаўленне да сужэнства і да Езуса Хрыста. “Цэнтральным пунктам і канчатковай мэтай евангелізацыі ў любых месцы і часе, з’яўляецца ...»

Homilia del Santo Padre la mañana de este domingo, durante la solemne apertura de la XIII Asamblea General Ordinaria del Sínodo de los Obispos



Homilia del Santo Padre la mañana de este domingo, durante la solemne apertura de la XIII Asamblea General Ordinaria del Sínodo de los Obispos:

Venerables hermanos,

queridos hermanos y hermanas.

Con esta solemne concelebración inauguramos la XIII Asamblea General Ordinaria del Sínodo de los Obispos, que tiene como tema: La nueva evangelización para la transmisión de la fe cristiana. Esta temática responde a una orientación programática para la vida de la Iglesia, la de todos sus miembros, las familias, las comunidades, la de sus instituciones. Dicha perspectiva se refuerza por la coincidencia con el comienzo del Año de la fe, que tendrá lugar el próximo jueves 11 de octubre, en el 50 aniversario de la apertura del Concilio Ecuménico Vaticano II. Doy mi cordial bienvenida, llena de ...»

Solene abertura do Sínodo dos Bispos. Hildegarda de Bingen e João de Ávila "Doutores da Igreja". Síntese da homilia


RealAudioMP3 Solene concelebração eucarística, neste domingo de manhã, na Praça de São Pedro, presidida por Bento XVI, com mais de 250 bispos que participam, no Vaticano, nas próximas três semanas, na assembleia do Sínodo sobre a nova evangelização. Proclamados “Doutores da Igreja” um padre espanhol do século XVI – São João de Ávila, e uma monja beneditina alemã que viveu no século XII – Santa Hildegarda de Bingen. E foi precisamente com o rito desta solene proclamação que teve início a celebração eucarística. Já antes da chegada do Santo Padre, a assembleia tinha cantado a Ladainha dos Santos. Foi com uma fórmula em latim que Bento XVI declarou São João de Ávila e Santa Hildegarda de Bingen "Doutores da Igreja Universal".

Na homilia, o Papa refletiu brevemente sobre “a nova evangelização”, fazendo ...»

Benoît XVI inaugure un Synode et proclame deux nouveaux Docteurs de l'Eglise



« La nouvelle évangélisation pour la transmission de la foi chrétienne » : le coup d’envoi de la XIII° assemblée générale ordinaire du Synode des évêques a été donné, le dimanche 7 octobre. Pendant trois semaines, 50 ans après l’ouverture du Concile Vatican II, l’Eglise va s’efforcer de trouver un nouveau dynamisme face aux défis du monde contemporain, alors que la sécularisation se répand dans les sociétés. Benoît XVI a présidé la première des quatre grandes messes solennelles qui vont marquer la vie de l’Eglise à Rome, jusqu’au 28 octobre. En proclamant deux nouveaux Docteurs de l’Eglise, Hildegarde de Bingen et Jean d’Avila, modèles d’évangélisation, le Pape a voulu donner un signal fort à l’adresse des fidèles du monde ...»

 

Il Papa: vorrei proporre a tutti di valorizzare la preghiera del Rosario nel prossimo Anno della fede.Con il Rosario, infatti, ci lasciamo guidare da Maria, modello di fede, nella meditazione dei misteri di Cristo, e giorno dopo giorno siamo aiutati ad assimilare il Vangelo, così che dia forma a tutta la nostra vita




ANGELUS: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 07.10.2012


Al termine della Santa Messa celebrata in Piazza San Pietro per la proclamazione a "Dottori della Chiesa" dei Santi Giovanni d’Avila e Ildegarda di Bingen; e per l’Apertura della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, prima di recitare l’Angelus il Santo Padre Benedetto XVI rivolge ai presenti le seguenti parole:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

ci rivolgiamo ora in preghiera a Maria Santissima, che oggi veneriamo quale Regina del Santo Rosario. In questo momento, nel Santuario di Pompei, viene elevata la tradizionale «Supplica», a cui si uniscono innumerevoli persone nel mondo intero. Mentre anche noi ci associamo spiritualmente a tale corale invocazione, vorrei proporre a tutti di valorizzare la preghiera del Rosario nel prossimo Anno della fede. Con il Rosario, infatti, ci lasciamo guidare da Maria, modello di fede, nella meditazione dei misteri di Cristo, e giorno dopo giorno siamo aiutati ad assimilare il Vangelo, così che dia forma a tutta la nostra vita. Pertanto, nella scia dei miei Predecessori, in particolare del Beato Giovanni Paolo II che dieci anni fa ci diede la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, invito a pregare il Rosario personalmente, in famiglia e in comunità, ponendoci alla scuola di Maria, che ci conduce a Cristo, centro vivo della nostra fede.

Je salue cordialement les pèlerins francophones. Alors que s’ouvre le Synode pour la Nouvelle Evangélisation, je vous invite à prier plus particulièrement l’Esprit Saint, le protagoniste de l’évangélisation depuis la naissance de l’Église. Les participants venus du monde entier manifestent l’universalité de l’Évangile qui s’adresse, aujourd’hui comme hier, à chaque personne rachetée et sauvée par Jésus Christ. Puisse chaque chrétien être renouvelé dans sa responsabilité de faire connaître le Sauveur et son message d’amour et de paix ! Confions à la Vierge Marie, l’Etoile de l’évangélisation, les travaux de cette Assemblée. Bon dimanche à tous et que Dieu vous bénisse !

I greet the English-speaking pilgrims here today! I ask all of you to pray for the work of the Synod on the New Evangelization, beginning today. Later this week, on the fiftieth anniversary of the opening of the Second Vatican Council, the Year of Faith begins. May these events confirm us in the beauty and joy of our faith in Jesus Christ which comes to us through the Church! Entrusting these intentions to our Lady of the Rosary, I invoke upon all of you God’s abundant blessings!

Einen frohen Gruß richte ich an die vielen Gäste aus den Ländern deutscher Sprache. Mit der heiligen Messe heute morgen habe ich die 13. Ordentliche Generalversammlung der Bischofssynode mit dem Thema „Die neue Evangelisierung für die Weitergabe des christlichen Glaubens" eröffnet. Als Vorbilder für die Weitergabe des Glaubens begleiten uns die beiden neuen Kirchenlehrer: Johannes von Avila und Hildegard von Bingen. Johannes beschreibt die Nachfolge Christi als ein inneres Voranschreiten, das sich auf das persönliche Gebet und die Einübung in die Tugenden stützt. Hildegard ist eine Patronin des guten Rates. Sie setzt ihr großes Wissen ein, um Menschen zu helfen, mehr im Einklang mit Gott, mit unserem Schöpfer und Erlöser, zu leben. Begleiten auch wir mit unserem Gebet diese Synodenversammlung und bitten wir, daß der Heilige Geist uns auf allen unsern Wegen führe.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española. Invito a todos a orar por los trabajos del Sínodo de los Obispos, que en los próximos días reflexionará sobre "La nueva evangelización para la transmisión de la fe cristiana". Hoy he declarado Doctores de la Iglesia al sacerdote español san Juan de Ávila y a la religiosa alemana santa Hildegarda de Bingen. Que sus figuras y obras sigan siendo faros luminosos y seguros en el anuncio del Reino de Dios, y nos ayuden a todos a crecer cada día en la auténtica vida de fe. Que la Santísima Virgen María nos acompañe en estos propósitos.

Dirijo agora uma calorosa saudação aos peregrinos de língua portuguesa! Convido a todos a rezarem pelos trabalhos do Sínodo dos Bispos, hoje inaugurado, cujo tema é «A Nova Evangelização para a transmissão da Fé Cristã». Peçamos a Santa Maria, Estrela da Nova Evangelização, que nos ajude a caminhar com mais convicção e alegria no caminho da fé para assim podermos ser autênticas testemunhas de Jesus Cristo no mundo! Um Feliz domingo para todos!

Pozdrawiam serdecznie Polaków, uczestników liturgii otwarcia Synodu Biskupów. Proszę was o modlitewne wsparcie prac synodalnych, których przedmiotem będzie nowa ewangelizacja. Jej protagonistami i pionierami są święci. Ich wzorem ukazujmy innym piękno Ewangelii, głębię wiary i moc sakramentów, a szczególnie Eucharystii. Zawierzając dzieło Synodu Dziewicy Maryi, Królowej Różańca Świętego, z serca wam błogosławię.

[Saluto cordialmente i Polacchi partecipanti a questa liturgia di apertura del Sinodo dei Vescovi. Vi chiedo il sostegno orante per i lavori sinodali, il cui oggetto sarà la nuova evangelizzazione. I protagonisti e i pionieri di essa sono i santi. Come loro cerchiamo di far vedere ad altri la bellezza del Vangelo, la profondità della fede e la forza dei sacramenti, in modo particolare dell’Eucaristia. Affidando l’opera del Sinodo alla Vergine Maria, Regina del Santo Rosario, vi benedico di cuore.]

Angelus Domini…

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Il Papa apre il Sinodo: Non si può parlare della nuova evangelizzazione senza una disposizione sincera di conversione. Lasciarsi riconciliare con Dio e con il prossimo è la via maestra della nuova evangelizzazione. Solamente purificati, i cristiani possono ritrovare il legittimo orgoglio della loro dignità di figli di Dio, creati a sua immagine e redenti con il sangue prezioso di Gesù Cristo, e possono sperimentare la sua gioia per condividerla con tutti, con i vicini e con i lontani


SANTA MESSA: VIDEO INTEGRALE

OMELIA DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA



CAPPELLA PAPALE PER LA PROCLAMAZIONE A "DOTTORI DELLA CHIESA" DEI SANTI GIOVANNI D’AVILA E ILDEGARDA DI BINGEN E PER L’APERTURA DELLA XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI, 07.10.2012

Alle ore 9.30 di questa mattina, XXVII Domenica del Tempo Ordinario, sul Sagrato della Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI proclama "Dottori della Chiesa" San Giovanni d’Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell’Ordine di San Benedetto; e presiede la Celebrazione Eucaristica in occasione dell’Apertura della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: "La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana". Concelebrano con il Santo Padre i Padri Sinodali e i Vescovi delle Conferenze episcopali spagnola e tedesca.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Santo Padre pronuncia dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

OMELIA DEL SANTO PADRE


Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

Con questa solenne concelebrazione inauguriamo la XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che ha per tema: La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Questa tematica risponde ad un orientamento programmatico per la vita della Chiesa, di tutti i suoi membri, delle famiglie, delle comunità, delle sue istituzioni. E tale prospettiva viene rafforzata dalla coincidenza con l’inizio dell’Anno della fede, che avverrà giovedì prossimo 11 ottobre, nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Rivolgo il mio cordiale e riconoscente benvenuto a voi, che siete venuti a formare questa Assemblea sinodale, in particolare al Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi e ai suoi collaboratori. Estendo il mio saluto ai Delegati fraterni delle altre Chiese e Comunità Ecclesiali e a tutti i presenti, invitandoli ad accompagnare nella preghiera quotidiana i lavori che svolgeremo nelle prossime tre settimane.
Le Letture bibliche che formano la Liturgia della Parola di questa domenica ci offrono due principali spunti di riflessione: il primo sul matrimonio, che vorrei toccare più avanti; il secondo su Gesù Cristo, che riprendo subito. Non abbiamo il tempo per commentare questo passo della Lettera agli Ebrei, ma dobbiamo, all’inizio di questa Assemblea sinodale, accogliere l’invito a fissare lo sguardo sul Signore Gesù, «coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto» (Eb 2,9). La Parola di Dio ci pone dinanzi al Crocifisso glorioso, così che tutta la nostra vita, e in particolare l’impegno di questa Assise sinodale, si svolgano al cospetto di Lui e nella luce del suo mistero. L’evangelizzazione, in ogni tempo e luogo, ha sempre come punto centrale e terminale Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr Mc 1,1); e il Crocifisso è per eccellenza il segno distintivo di chi annuncia il Vangelo: segno di amore e di pace, appello alla conversione e alla riconciliazione. Noi per primi, venerati Fratelli, teniamo rivolto a Lui lo sguardo del cuore e lasciamoci purificare dalla sua grazia.
Ora vorrei brevemente riflettere sulla «nuova evangelizzazione», rapportandola con l’evangelizzazione ordinaria e con la missione ad gentes. La Chiesa esiste per evangelizzare. Fedeli al comando del Signore Gesù Cristo, i suoi discepoli sono andati nel mondo intero per annunciare la Buona Notizia, fondando dappertutto le comunità cristiane. Col tempo, esse sono diventate Chiese ben organizzate con numerosi fedeli. In determinati periodi storici, la divina Provvidenza ha suscitato un rinnovato dinamismo dell’attività evangelizzatrice della Chiesa. Basti pensare all’evangelizzazione dei popoli anglosassoni e di quelli slavi, o alla trasmissione del Vangelo nel continente americano, e poi alle stagioni missionarie verso i popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania. Su questo sfondo dinamico mi piace anche guardare alle due luminose figure che poc’anzi ho proclamato Dottori della Chiesa: San Giovanni d’Avila e Santa Ildegarda di Bingen.
Anche nei nostri tempi lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa un nuovo slancio per annunciare la Buona Notizia, un dinamismo spirituale e pastorale che ha trovato la sua espressione più universale e il suo impulso più autorevole nel Concilio Ecumenico Vaticano II. Tale rinnovato dinamismo dell’evangelizzazione produce un benefico influsso sui due «rami» specifici che da essa si sviluppano, vale a dire, da una parte, la missio ad gentes, cioè l’annuncio del Vangelo a coloro che ancora non conoscono Gesù Cristo e il suo messaggio di salvezza; e, dall’altra parte, la nuova evangelizzazione, orientata principalmente alle persone che, pur essendo battezzate, si sono allontanate dalla Chiesa, e vivono senza fare riferimento alla prassi cristiana. L’Assemblea sinodale che oggi si apre è dedicata a questa nuova evangelizzazione, per favorire in queste persone un nuovo incontro con il Signore, che solo riempie di significato profondo e di pace l’esistenza; per favorire la riscoperta della fede, sorgente di Grazia che porta gioia e speranza nella vita personale, familiare e sociale. Ovviamente, tale orientamento particolare non deve diminuire né lo slancio missionario in senso proprio, né l’attività ordinaria di evangelizzazione nelle nostre comunità cristiane. In effetti, i tre aspetti dell’unica realtà di evangelizzazione si completano e fecondano a vicenda.
Il tema del matrimonio, propostoci dal Vangelo e dalla prima Lettura, merita a questo proposito un’attenzione speciale. Il messaggio della Parola di Dio si può riassumere nell’espressione contenuta nel Libro della Genesi e ripresa da Gesù stesso: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne» (Gen 2,24; Mc 10,7-8). Che cosa dice oggi a noi questa Parola? Mi sembra che ci inviti a renderci più consapevoli di una realtà già nota ma forse non pienamente valorizzata: che cioè il matrimonio, costituisce in se stesso un Vangelo, una Buona Notizia per il mondo di oggi, in particolare per il mondo scristianizzato. L’unione dell’uomo e della donna, il loro diventare «un’unica carne» nella carità, nell’amore fecondo e indissolubile, è segno che parla di Dio con forza, con una eloquenza che ai nostri giorni è diventata maggiore, perché purtroppo, per diverse cause, il matrimonio, proprio nelle regioni di antica evangelizzazione, sta attraversando una crisi profonda. E non è un caso. Il matrimonio è legato alla fede, non in senso generico.
Il matrimonio, come unione d’amore fedele e indissolubile, si fonda sulla grazia che viene dal Dio Uno e Trino, che in Cristo ci ha amati d’amore fedele fino alla Croce. Oggi siamo in grado di cogliere tutta la verità di questa affermazione, per contrasto con la dolorosa realtà di tanti matrimoni che purtroppo finiscono male. C’è un’evidente corrispondenza tra la crisi della fede e la crisi del matrimonio. E, come la Chiesa afferma e testimonia da tempo, il matrimonio è chiamato ad essere non solo oggetto, ma soggetto della nuova evangelizzazione. Questo si verifica già in molte esperienze, legate a comunità e movimenti, ma si sta realizzando sempre più anche nel tessuto delle diocesi e delle parrocchie, come ha dimostrato il recente Incontro Mondiale delle Famiglie.
Una delle idee portanti del rinnovato impulso che il Concilio Vaticano II ha dato all’evangelizzazione è quella della chiamata universale alla santità, che in quanto tale riguarda tutti i cristiani (cfr Cost. Lumen gentium, 39-42). I santi sono i veri protagonisti dell’evangelizzazione in tutte le sue espressioni. Essi sono, in particolare, anche i pionieri e i trascinatori della nuova evangelizzazione: con la loro intercessione e con l’esempio della loro vita, attenta alla fantasia dello Spirito Santo, essi mostrano alle persone indifferenti o addirittura ostili la bellezza del Vangelo e della comunione in Cristo, e invitano i credenti, per così dire, tiepidi, a vivere con gioia di fede, speranza e carità, a riscoprire il «gusto» della Parola di Dio e dei Sacramenti, in particolare del Pane di vita, l’Eucaristia. Santi e sante fioriscono tra i generosi missionari che annunciano la Buona Notizia ai non cristiani, tradizionalmente nei paesi di missione e attualmente in tutti i luoghi dove vivono persone non cristiane. La santità non conosce barriere culturali, sociali, politiche, religiose. Il suo linguaggio – quello dell’amore e della verità – è comprensibile per tutti gli uomini di buona volontà e li avvicina a Gesù Cristo, fonte inesauribile di vita nuova.
A questo punto, soffermiamoci un momento ad ammirare i due Santi che oggi sono stati aggregati alla eletta schiera dei Dottori della Chiesa. San Giovanni di Avila visse nel secolo XVI. Profondo conoscitore delle Sacre Scritture, era dotato di ardente spirito missionario. Seppe penetrare con singolare profondità i misteri della Redenzione operata da Cristo per l’umanità. Uomo di Dio, univa la preghiera costante all’azione apostolica. Si dedicò alla predicazione e all’incremento della pratica dei Sacramenti, concentrando il suo impegno nel migliorare la formazione dei candidati al sacerdozio, dei religiosi e dei laici, in vista di una feconda riforma della Chiesa.
Santa Ildegarda di Bingen, importante figura femminile del secolo XII, ha offerto il suo prezioso contributo per la crescita della Chiesa del suo tempo, valorizzando i doni ricevuti da Dio e mostrandosi donna di vivace intelligenza, profonda sensibilità e riconosciuta autorità spirituale. Il Signore la dotò di spirito profetico e di fervida capacità di discernere i segni dei tempi. Ildegarda nutrì uno spiccato amore per il creato, coltivò la medicina, la poesia e la musica. Soprattutto conservò sempre un grande e fedele amore per Cristo e per la Chiesa.
Lo sguardo sull’ideale della vita cristiana, espresso nella chiamata alla santità, ci spinge a guardare con umiltà la fragilità di tanti cristiani, anzi il loro peccato, personale e comunitario, che rappresenta un grande ostacolo all’evangelizzazione, e a riconoscere la forza di Dio che, nella fede, incontra la debolezza umana. Pertanto, non si può parlare della nuova evangelizzazione senza una disposizione sincera di conversione. Lasciarsi riconciliare con Dio e con il prossimo (cfr 2 Cor 5,20) è la via maestra della nuova evangelizzazione. Solamente purificati, i cristiani possono ritrovare il legittimo orgoglio della loro dignità di figli di Dio, creati a sua immagine e redenti con il sangue prezioso di Gesù Cristo, e possono sperimentare la sua gioia per condividerla con tutti, con i vicini e con i lontani.
Cari fratelli e sorelle, affidiamo a Dio i lavori dell’Assise sinodale nel sentimento vivo della comunione dei Santi, invocando in particolare l’intercessione dei grandi evangelizzatori, tra i quali vogliamo con grande affetto annoverare il Beato Papa Giovanni Paolo II, il cui lungo pontificato è stato anche esempio di nuova evangelizzazione. Ci poniamo sotto la protezione della Beata Vergine Maria, Stella della nuova evangelizzazione. Con lei invochiamo una speciale effusione dello Spirito Santo, che illumini dall’alto l’Assemblea sinodale e la renda fruttuosa per il cammino della Chiesa oggi nel nostro tempo . Amen.

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Nossa Senhora do Rosário

sexta-feira, 5 de outubro de 2012

Il Papa a Loreto: Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo.

Benedict XVI made a pastoral visit to Loreto, Italy

IT IS FAITH WHICH GIVES US A HOME IN THIS WORLD
Vatican City, 4 October 2012 (VIS) - Benedict XVI today made a pastoral visit to Loreto, Italy, where he entrusted to the Blessed Virgin - venerated in the famous Marian shrine there - two impending ecclesial events: the Synod of Bishops on new evangelisation which is to run from 7 to 28 October, and the Year of Faith which will begin on 11 October. The Holy Father's visit today was also intended to commemorate the fiftieth anniversary of Blessed Pope John XXIII's pilgrimage to Loreto during which, on the eve of the inauguration of Vatican II, he entrusted the Council to the Virgin.
The shrine of Loreto, which has been a pilgrim destination since the fourteenth century, conserves the house where Mary lived in Nazareth, the which, according to popular pious tradition, was transported by the angels to Loreto in 1294, shortly after the definitive expulsion of the Crusaders from the Holy Land. Recent examinations of documents and archaeological remains (excavations under the Holy House), as well as philological and iconographic studies, are giving increasing weight to the hypothesis that the stones of the Holy House were transported to Loreto by ship at the initiative of the aristocratic Angelos family which then ruled the region of Epirus. Divine assistance in this undertaking remained as a symbol in the presence of angels. The House is the place where the Virgin was born, lived with St. Joseph, received the Annunciation from Gabriel and conceived the Son of God. It is therefore associated with the Mystery of the Incarnation.
Mary's house in Nazareth was composed of two parts: a grotto which is still to be seen in the Basilica of the Annunciation in Nazareth, and a house with three stone walls. Comparative studies between the Holy House of Loreto and the grotto of Nazareth have revealed the coexistence and contiguity of the two. Another recent study on the way in which the stone has been worked - in the manner used by the Nabateans which was widespread in Galilee at Jesus' time - also confirms the popular tradition. When the three walls of the Holy House arrived in Loreto they were set up, without foundations, in a public street, but almost immediately they became the object of the extraordinary measures of care and protection afforded to a precious relic.
Benedict XVI departed from the Vatican by helicopter at 9 a.m. and arrived in Loreto an hour later, where he was welcomed by the local civil and religious authorities. He then visited the shrine where he greeted the community of Capuchin Friars before going on to adore the Blessed Sacrament and pray before Our Lady of Loreto.
At 10.30 a.m. he celebrated Mass in the Piazza della Madonna di Loreto, pronouncing a homily ample extracts of which are given below.
"On 4 October 1962, Blessed John XXIII came as a pilgrim to this Shrine to entrust to the Virgin Mary the Second Vatican Ecumenical Council, due to begin a week later. ... Fifty years on, having been called by divine Providence to succeed that unforgettable Pope to the See of Peter, I too have come on pilgrimage to entrust to the Mother of God two important ecclesial initiatives: the Year of Faith, which will begin in a week, on 11 October, on the fiftieth anniversary of the opening of the Second Vatican Council, and the Ordinary General Assembly of the Synod of Bishops, which I have convened this October with the theme “The New Evangelisation for the Transmission of the Christian Faith”".
"As I said in my Apostolic Letter announcing the Year of Faith, “I wish to invite my brother bishops from all over the world to join the Successor of Peter, during this time of spiritual grace that the Lord offers us, in recalling the precious gift of faith”. It is precisely here at Loreto that we have the opportunity to attend the school of Mary who was called “blessed” because she “believed”. ... Mary offered her very body; she placed her entire being at the disposal of God’s will, becoming the “place” of His presence, a “place” of dwelling for the Son of God. ... The will of Mary coincides with the will of the Son in the Father’s unique project of love and, in her, heaven and earth are united, God the Creator is united to His creature. God becomes man, and Mary becomes a “living house” for the Lord, a temple where the Most High dwells.
"Here at Loreto fifty years ago, Blessed John XXIII issued an invitation to contemplate this mystery. ... He went on to affirm that the aim of the Council itself was to spread ever wider the beneficial impact of the Incarnation and Redemption on all spheres of life. This invitation resounds today with particular urgency. In the present crisis affecting not only the economy but also many sectors of society, the Incarnation of the Son of God speaks to us of how important man is to God, and God to man. Without God, man ultimately chooses selfishness over solidarity and love, material things over values, having over being. We must return to God, so that man may return to being man. With God, even in difficult times or moments of crisis, there is always a horizon of hope: the Incarnation tells us that we are never alone, that God has come to humanity and that He accompanies us.
"The idea of the Son of God dwelling in the “living house”, the temple which is Mary, leads us to another thought: we must recognise that where God dwells, all are “at home”; wherever Christ dwells, His brothers and sisters are no longer strangers. ... So it is faith which gives us a home in this world, which brings us together in one family and which makes all of us brothers and sisters. As we contemplate Mary, we must ask if we too wish to be open to the Lord, if we wish to offer Him our life as His dwelling place; or if we are afraid that the presence of God may somehow place limits on our freedom, if we wish to set aside a part of our life in such a way that it belongs only to us. Yet it is precisely God Who liberates our liberty, He frees it from being closed in on itself, from the thirst for power; ... He opens it up to the dimension which completely fulfils it: the gift of self, of love, which in turn becomes service and sharing.
"Faith lets us reside, or dwell, but it also lets us walk on the path of life. The Holy House of Loreto contains an important teaching in this respect as well. Its location on a street is well known. ... It is not a private house, ... rather it is an abode open to everyone placed, as it were, on our street. So here in Loreto we find a house which lets us stay, or dwell, and which at the same time lets us continue, or journey, and reminds us that we are pilgrims, that we must always be on the way to another dwelling, towards our final home, the Eternal City, the dwelling place of God and the people He has redeemed.
"There is one more important point in the Gospel account of the Annunciation which I would like to underline, one which never fails to strike us: God asks for mankind’s “yes”; He has created a free partner in dialogue, from whom He requests a reply in complete liberty. ... God asks for Mary’s free consent that He may become man. To be sure, the “yes” of the Virgin is the fruit of divine grace. But grace does not eliminate freedom; on the contrary it creates and sustains it. Faith removes nothing from the human creature, rather it permits his full and final realisation".
"On this pilgrimage in the footsteps of Blessed John XXIII - which comes, providentially, on the day in which the Church remembers St. Francis of Assisi, a veritable “living Gospel” - I wish to entrust to the Most Holy Mother of God all the difficulties affecting our world as it seeks serenity and peace. ... I also wish to place in the hands of the Mother of God this special time of grace for the Church, now opening up before us. Mother of the “yes”, you who heard Jesus, speak to us of Him; tell us of your journey, that we may follow Him on the path of faith; help us to proclaim Him, that each person may welcome Him and become the dwelling place of God".
Following Mass, the Pope had lunch at the local John Paul II Centre. He is due to leave Loreto at 5 p.m. and to arrive back in the Vatican at 6 p.m.

BENOIT XVI PRIE A LORETTE

Cité du Vatican, 4 octobre 2012 (VIS). Comme annoncé, Benoît XVI s'est rendu ce matin au sanctuaire marial de Lorette (Italie) pour le 50 anniversaire du pèlerinage qu'y fit Jean XXIII juste avant l'ouverture du Concile Vatican II. Cette visite précède de quelques jours le Synode des évêques consacré à la nouvelle évangélisation (7 octobre) et l'ouverture de l'Année de la foi (11 octobre). Ce célèbre sanctuaire conserve depuis le XIV siècle les murs de la maison Nazareth où auraient vécu Marie et Joseph. La tradition populaire attribue à des anges son transport miraculeux en 1294, peut d'années après la fin de la présence occidentale en Terre Sainte. De récents travaux archéologiques, ainsi qu'une étude documentaire et iconographique, confirment l'hypothèse selon laquelle les matériaux composant l'édicule furent transportés par bateau à l'initiative d'une puissante famille de l'Epire appelée des Anges. Dans le sanctuaire qui le protégeait depuis le IV siècle, le modeste édifice était constitué de deux parties, un espace troglodyte précédé d'une pièce composée de trois murs. En outre, l'étude comparative des matériaux de Lorette et de Nazareth a récemment démontré la similitude de la pierre et de son traitement, classique dans la Galilée de l'époque. Remontés à Lorette au bord d'une route, les trois murs furent immédiatement enchassés dans un reliquaire maçonné, depuis remplacé par la splendide basilique que nous connaissons.
Ayant quitté le Vatican à 9 h par hélicoptère, le Saint-Père est arrivé une heure plus tard à Lorette, sur l'Adriatique, où après l'accueil des autorités civiles et religieuses régionales il a gagné le sanctuaire. Sur la Place de la Vierge, il a salué la communauté des capucins attachée à la basilique, puis est entré dans le sanctuaire pour prier devant le Saint Sacrement et devant l'image de la Vierge conservée dans la Santa Casa. A 10 h 30', il est revenu sur la place pour célébrer la messe devant la foule. Voici des passages de son homélie:
"Le 4 octobre 1962, le bienheureux Jean XXIII est venu en pèlerinage dans ce sanctuaire pour confier à la Vierge Marie le Concile oecuménique Vatican II, qui devait être inauguré une semaine plus tard... A cinquante ans de distance, après avoir été appelé par la divine Providence à succéder au siège de Pierre à ce Pape inoubliable, je suis venu ici moi aussi en pèlerin pour confier à la Mère de Dieu deux importantes initiatives ecclésiales, l’Année de la foi...et l’Assemblée générale ordinaire du Synode des évêques" qui débattra de "la nouvelle évangélisation pour la transmission de la foi chrétienne... Comme je le rappelais dans la lettre apostolique de promulgation de l’Année de la foi, j’entends inviter les évêques du monde entier à s’unir au Successeur de Pierre, en ce temps de grâce spirituelle que le Seigneur nous offre, pour faire mémoire du don précieux de la foi. Et justement ici à Lorette, nous avons l’opportunité de nous mettre à l’école de Marie, de celle qui a été proclamée bienheureuse parce qu’elle a cru... Marie a offert sa propre chair, s’est mise tout entière à disposition de la volonté de Dieu, devenant un lieu de sa présence, lieu dans lequel demeure le Fils de Dieu... La volonté de Marie coïncide avec la volonté du Fils dans l’unique projet d’amour du Père, et en elle, s’unissent le ciel et la terre, le Dieu créateur et sa créature. Dieu devient homme, et Marie se fait maison vivante du Seigneur, temple où habite le Très Haut.
Ici à Lorette, il y a cinquante ans, Jean XXIII invitait à contempler ce mystère...affirmant que le Concile avait pour but d’étendre toujours plus les bienfaits de l’Incarnation et la Rédemption à toutes les formes de la vie sociale. C’est une invitation qui résonne encore aujourd’hui avec une force particulière".
"Dans la crise actuelle, qui ne concerne pas seulement l’économie, mais plusieurs secteurs de la société, l’incarnation du Fils de Dieu nous dit combien l’homme est important pour Dieu et Dieu pour l’homme. Sans Dieu, l’homme finit par faire prévaloir son propre égoïsme sur la solidarité et sur l’amour, les choses matérielles sur les valeurs, l’avoir sur l’être. Il faut revenir à Dieu pour que l’homme redevienne homme. Avec Dieu, même dans les moments difficiles, de crise, apparaît un horizon d’espérance. L’Incarnation nous dit que nous ne sommes jamais seuls, que Dieu entre dans notre humanité et nous accompagne. Mais la demeure du Fils de Dieu dans la maison vivante, dans le temple qu’est Marie nous amène à une autre réflexion. Là où habite Dieu, nous devons reconnaître que nous sommes tous à la maison. Là où habite le Christ, ses frères et sœurs ne sont plus des étrangers... C’est la foi, ainsi, qui nous donne une maison en ce monde, qui nous unit en une seule famille et qui nous rend tous frères et sœurs. En contemplant Marie, nous devons nous demander si nous aussi nous voulons être ouverts au Seigneur...ou si nous avons peur que la présence du Seigneur puisse être une limite à notre liberté, et si nous voulons nous réserver une part de notre vie qui n’appartienne qu’à nous-mêmes. Mais c’est précisément Dieu qui libère notre liberté, la libère du repli sur elle-même, de la soif du pouvoir, de la possession, de la domination, et la rend capable de s’ouvrir à la dimension qui lui donne tout son sens, celle du don de soi, de l’amour, qui se fait service et partage... La foi nous fait habiter, demeurer, mais nous fait aussi marcher sur le chemin de la vie. A ce propos aussi, la Santa Casa de Lorette nous offre un enseignement d'importance. Comme nous le savons, elle était située sur une route".
Or la maison de Marie n’est pas une maison privée, "mais au contraire une habitation ouverte à tous, qui est, pourrait-on dire, sur notre chemin à tous. Ainsi, nous trouvons ici à Lorette, une maison qui nous fait demeurer, habiter et qui en même temps nous fait cheminer, nous rappelle que nous sommes tous pèlerins, que nous devons toujours être en chemin vers une autre maison, vers la maison définitive, celle de la Cité éternelle, la demeure de Dieu avec l’humanité rachetée"... Il y a encore un point important du récit évangélique de l’Annonciation que je voudrais souligner, un aspect qui ne finit pas de nous étonner. Dieu demande le oui de l’homme. Il a crée un interlocuteur libre et il demande que sa créature lui réponde en toute liberté... Dieu demande la libre adhésion de Marie pour devenir homme. Certes, le oui de Marie est le fruit de la grâce divine. Mais la grâce n’élimine pas la liberté, au contraire elle la crée et la soutient. La foi n’enlève rien à la créature humaine, mais ne permet pas la pleine et définitive réalisation".
"Dans ce pèlerinage, qui parcourt celui du bienheureux Jean XXIII, et qui se déroule providentiellement en la fête de saint François d’Assise, un véritable évangile vivant, je voudrais confier à la très sainte Mère de Dieu toutes les difficultés que vit notre monde à la recherche de la sérénité et de la paix... Je voudrais confier aussi à Marie ce temps spécial de grâce pour l’Eglise, qui s’ouvre devant nous. Toi, Mère du oui, qui a écouté Jésus, parle-nous de lui, raconte-nous ton chemin pour le suivre sur la voie de la foi, aide-nous à l’annoncer pour que tout homme puisse l’accueillir et devenir demeure de Dieu".
Après la cérémonie, le Pape a gagné le Centre Jean-Paul II, pour y déjeuner avant de regagner le Vatican en fin d'après-midi.

El Papa en Loreto: Donde vive Dios, todos estamos "en casa"


Loreto (Jueves, 04-10-2012, Gaudium Press) Volver a vivir en la casa de Dios para redescubrir la propia libertad humana fue la invitación dejada por Benedicto XVI en la Piazza della Madonna de Loreto, tras los pasos de Juan XXIII en el 50° aniversario de su visita en la semana anterior a la apertura del Concilio Vaticano II y una semana antes de que el actual Pontífice realice la apertura del Año de la Fe. "Donde Dios vive, debemos reconocer que todos estamos ‘en casa'; donde Cristo vive, sus hermanos y sus hermanas no son más extranjeros. María, que es la madre de Cristo es también nuestra madre, nos abre la puerta de su Casa, nos guía para entrar en la voluntad de su Hijo. Y Dios pide el "sí" del hombre, creó un interlocutor libre, pide que su criatura le responda con plena libertad, afirmó el Santo Padre en la repleta y solemne Piazza della Madonna.
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Nuestra Sra. de Loreto
Las visitas pastorales del Papa en las pequeñas ciudades de Italia tienen un clima particular, en los lugares históricos traen la atmósfera y el carácter casi medieval, con las imágenes de las personas que saludan al Papa desde los balcones con pañuelos blancos. Ciertamente en Loreto hubo ese clima de fiesta y alegría, el Santo Padre llegó bajo los aplausos de 5 mil personas que llenaron plenamente la pequeña Piazza della Madonna que está al lado del Santuario de la Santa Casa de Loreto, en la puerta del cual fue montado el altar para la Santa Misa. El Santo Padre, atravesando la Piazza en el papamóvil besó a muchos niños. La visita del Papa fue acompañada por el buen tiempo, con un sereno cielo azul.
La visita en Loreto inició con una oración personal de Benedicto XVI en el Santuario en la Casa Santa. El Papa fue ayudado en los recorridos más largos con su plataforma móvil. El Santo Padre reencendió la vela encendida por Juan Pablo II el día 10 de diciembre de 1994 en la oración por Italia. Hoy volvió el clima de 50 años atrás, fue montado el altar y el dosel del evento. A lado del altar fue colocada la imagen de Nuestra Señora de Loreto.
En Loreto "encontramos una casa que nos hace permanecer, habitar y que al mismo tiempo nos hace caminar: nos recuerda que somos todos peregrinos, que debemos estar siempre camino hacia otra habitación, hacia la casa definitiva, hacia la Ciudad eterna, la morada de Dios con la humanidad redimida", así definió el Papa el extraordinario y único santuario mariano.
Aprender en la escuela de la Virgen
Benedicto XVI, en la homilía invitó a los fieles a aprender con la "escuela de María". La Santa Casa de Loreto nos lleva al lugar donde María fue llamada "bienaventurada", porque "creyó" y donde expresó en plena libertad su "sí" a Dios, a su voluntad. "Esta humilde habitación - observó el Papa - es un testimonio concreto y tangible del mayor acontecimiento de nuestra historia: la Encarnación; el Verbo se hizo carne, y María, la sierva del Señor, es el canal privilegiado a través del cual Dios habitó entre nosotros".
Con el "sí", María "se colocó enteramente a disposición de la voluntad de Dios, tornándose ‘lugar' de su presencia, ‘lugar' en el cual habita el Hijo de Dios". La invitación de tornarse lugar de presencia de Dios en el mundo de hoy está dirigido a toda persona.
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El Papa recordó el deseo del Concilio de "extender cada vez más el alcance benéfico de la Encarnación y Redención de Cristo"
Éste de hecho fue el objetivo del Concilio Vaticano II, "extender cada vez más el alcance benéfico de la Encarnación y Redención de Cristo en todas las formas de la vida social". La invitación que permanece importante también hoy. "En la crisis actual que afecta no solo la economía - observó - sino varios sectores de la sociedad, la Encarnación del Hijo de Dios nos habla de cuánto el hombre es importante para Dios y Dios para el hombre. Sin Dios el hombre acaba dejando prevalecer su egoísmo sobre la solidaridad y sobre el amor, las cosas materiales sobre los valores, el tener sobre el ser. Es preciso volver a Dios para que el hombre vuelva a ser hombre. Con Dios incluso en los momentos difíciles, de crisis, el horizonte de la esperanza no desaparece: la Encarnación nos dice que jamás estamos solos, Dios entró en nuestra humanidad y nos acompaña", dijo Benedicto XVI invitando a restituir la esperanza en el mundo con la fe.
"La fe nos hace habitar, morar, pero nos hace también trillar el camino de la vida". El Santo Padre recordó el llamado de Dios a todos los hombres para decir "sí" a su proyecto. Porque "la fe no impide nada a la criatura humana, sino permite su plena y definitiva realización". Al contrario, es "Dios quien libera nuestra libertad, que la libera del encerramiento en sí misma, de poseer, de la sed de poder, de posesión, de dominio, y la torna capaz de abrirse a la dimensión que la realiza en el sentido pleno: el del don de sí, del amor, que se hace servicio y compartir".
Al final de la homilía, el Papa confió "a la Santísima Madre de Dios todas las dificultades que vive nuestro mundo en la búsqueda de serenidad y de paz; los problemas de tantas familias que miran al futuro con preocupación, los deseos de los jóvenes que se abren a la vida, los sufrimientos de los que esperan gestos y elecciones de solidaridad y de amor".
La Misa fue concelebrada por el Cardenal Tarcisio Bertone, Secretario de Estado vaticano, y el arzobispo de Loreto, Mons. Giovanni Tonucci, por el presidente del Pontificio Consejo para la Promoción de la Nueva Evangelización, Mons. Rino Fisichella y por el Secretario General del Sínodo de los Obispos, Mons. Nicola Eterovic.
La visita de Benedicto XVI en Loreto tuvo los elementos particulares de recuerdo de la histórica visita de Juan XXIII. En el Centro Juan Pablo II fue presentado el automóvil con el cual llegó el Papa Roncalli hace 50 años en la Piazza della Madonna.
El Pontífice recibió también la primera de las 50 copias de un Evangelio de la edición especial de la Tecno Stampa para el Año de la Fe.
Por ocasión del Jubileo, en Loreto todas las familias recibieron la vela para encender todas las noches en su propia casa en el momento de oración, durante este año especial.
Los fieles recibieron un sombrero blanco para protegerse del sol y un pañuelo para la ocasión para saludar al Santo Padre.
Gaudium Press / Anna Artymiak desde Loreto

http://es.gaudiumpress.org/content/40894-El-Papa-en-Loreto--Donde-vive-Dios--todos-estamos--en-casa-


Papa em Loreto: O convite de tornar-se lugar de presença de Deus no mundo de hoje é dirigido a todos



Loreto (Quinta-feira, 04-10-2012, Gaudium Press) Tornar a viver na casa de Deus para redescobrir a própria liberdade humana foi o convite deixado por Bento XVI na Piazza della Madonna de Loreto nos passos de João XXIII no 50° aniversário de sua visita na semana antes da abertura do Concílio Vaticano II e uma semana antes da abertura do Ano da Fé. "Onde Deus mora, devemos reconhecer que todos estamos "em casa"; onde Cristo mora, os seus irmãos e as suas irmãs não são mais estrangeiros. Maria,que é a mãe de Cristo é também nossa mãe, nos abre a porta da sua Casa, nos guia para entrarmos na vontade de seu Filho. E Deus pede o "sim" do homem, criou um interlocutor livre, pede que sua criatura Lhe responda com plena liberdade, afirma o Santo Padre na repleta e solene Piazza della Madonna.
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“Esta humilde habitação – observou o Papa - é um testemunho concreto e
tangível do maior acontecimento da nossa história: a Encarnação".
As visitas pastorais do Papa nas pequenas cidades da Itália têm um clima particular, nos lugares históricos trazem a atmosfera e o caráter quase medieval, com as imagens das pessoas que saúdam o Papa das sacadas com lenços brancos. Em Loreto houve esse clima de festa e de alegria, o Santo Padre chegou sob os aplausos de 5 mil pessoas que encheram plenamente a pequena Piazza della Madonna que fica ao lado do Santuário da Santa Casa de Loreto, na porta do qual foi montado o altar para a Santa Missa. O Santo Padre, atravessando a Piazza no papamóvel beijou muitas crianças. A visita do Papa foi acompanhada pelo tempo bom, com um sereno céu azul.
A visita a Loreto iniciou com uma oração pessoal de Bento XVI no Santuário na Casa Santa. O Papa foi ajudado nos percursos mais longos com o tablado móvel. O Santo Padre reacendeu a vela acesa por João Paulo II no dia 10 de dezembro de 1994 na oração pela Itália. Hoje voltou o clima de 50 anos atrás, foi montado o altar e o dossel do evento. Ao lado do altar foi colocada a imagem de Nossa Senhora de Loreto.
Em Loreto "encontramos uma casa que nos faz permanecer, habitar, e que ao mesmo tempo nos faz caminhar: recorda-nos que somos todos peregrinos, que devemos estar sempre a caminho para outra habitação, para a casa definitiva, para a Cidade eterna, a morada de Deus com a humanidade redimida", assim definiu o Papa o extraordinário e único santuário mariano.
Bento XVI, ha homilia convidou os fiéis a aprenderem com a "escola de Maria". A Santa Casa de Loreto nos leva ao lugar onde Maria foi chamada "bem-aventurada", porque "acreditou" e onde expressou em plena liberdade o seu "sim" a Deus, à sua vontade. "Esta humilde habitação - observou o Papa - é um testemunho concreto e tangível do maior acontecimento da nossa história: a Encarnação; o Verbo se fez carne, e Maria, a serva do Senhor, é o canal privilegiado através do qual Deus habitou entre nós".
Com o "sim", Maria "colocou-se inteiramente à disposição da vontade de Deus, tornando-se "lugar" de sua presença, "lugar" no qual habita o Filho de Deus". O convite de tornar-se lugar de presença de Deus no mundo de hoje é dirigido à toda pessoa.
Este de fato foi o objetivo do Concílio Vaticano II, "estender cada vez mais o alcance benéfico da Encarnação e Redenção de Cristo em todas as formas da vida social". O convite que permanece importante também hoje. "Na crise atual que atinge não apenas a economia - observou - mas vários setores da sociedade, a Encarnação do Filho de Deus nos fala de quanto o homem é importante para Deus e Deus para o homem.
Sem Deus o homem acaba por deixar prevalecer o seu egoísmo sobre a solidariedade e sobre o amor, as coisas materiais sobre os valores, o ter sobre o ser. É preciso voltar para Deus para que o homem volte a ser homem. Com Deus mesmo nos momentos difíceis, de crise, o horizonte da esperança não desaparece: a Encarnação nos diz que jamais estamos sozinhos, Deus entrou em nossa humanidade e nos acompanha, disse Bento XVI convidando a restituir a esperança no mundo com a fé.
"A fé nos faz habitar, morar, mas nos faz também trilhar o caminho da vida". O Santo Padre recordou o chamado de Deus para todos os homens para dizerem "sim" para o seu projeto. Porque "a fé não tolhe nada à criatura humana, mas permite a sua plena e definitiva realização". Ao contrário, é "Deus que liberta nossa liberdade, que a liberta do fechamento em si mesma, de possuir, da sede de poder, de posse, de domínio, e a torna capaz de abrir-se à dimensão que a realiza no sentido pleno: o do dom de si, do amor, que se faz serviço e partilha".
No final da homilia, o Papa confiou "à Santíssima Mãe de Deus todas as dificuldades que vive o nosso mundo na busca de serenidade e de paz; os problemas de tantas famílias que olham para o futuro com preocupação, os desejos dos jovens que se abrem à vida, os sofrimentos dos que esperam gestos e escolhas de solidariedade e de amor".


Il Papa a Loreto: Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza


Il Papa a Loreto: Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo. Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna



SANTA MESSA: VIDEO INTEGRALE


VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI A LORETO NELL’ANNIVERSARIO DEI 50 ANNI DEL VIAGGIO DI GIOVANNI XXIII NELLA CITTÀ MARIANA , 04.10.2012


CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA PIAZZA DELLA MADONNA A LORETO

Alle ore 10.30, nella piazza antistante il Santuario, il Santo Padre Benedetto XVI presiede la Celebrazione Eucaristica in onore della Beata Vergine Maria di Loreto. Concelebrano con il Papa: l’Em.mo Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, S.E. Mons. Giovanni Tonucci, Arcivescovo Prelato di Loreto, S.E. Mons. Salvatore Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, e S.E. Mons. Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi.
Dopo la proclamazione del Santo Vangelo, il Papa pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:

OMELIA DEL SANTO PADRE


Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’episcopato,
cari fratelli e sorelle!

Il 4 ottobre del 1962, il Beato Giovanni XXIII venne in pellegrinaggio a questo Santuario per affidare alla Vergine Maria il Concilio Ecumenico Vaticano II, che si sarebbe inaugurato una settimana dopo. In quella occasione, egli, che nutriva una filiale e profonda devozione alla Madonna, si rivolse a lei con queste parole: «Oggi, ancora una volta, ed in nome di tutto l’episcopato, a Voi, dolcissima Madre, che siete salutata Auxilium Episcoporum, chiediamo per Noi, Vescovo di Roma e per tutti i Vescovi dell’universo di ottenerci la grazia di entrare nell’aula conciliare della Basilica di San Pietro come entrarono nel Cenacolo gli Apostoli e i primi discepoli di Gesù: un cuor solo, un palpito solo di amore a Cristo e alle anime, un proposito solo di vivere e di immolarci per la salvezza dei singoli e dei popoli. Così, per la vostra materna intercessione, negli anni e nei secoli futuri, si possa dire che la grazia di Dio ha prevenuto, accompagnato e coronato il ventunesimo Concilio Ecumenico, infondendo nei figli tutti della Santa Chiesa nuovo fervore, slancio di generosità, fermezza di propositi» (AAS 54 [1962], 727). Così Papa Giovanni XXIII in quel giorni.
A distanza di cinquant’anni, dopo essere stato chiamato dalla divina Provvidenza a succedere sulla cattedra di Pietro a quel Papa indimenticabile, anch’io sono venuto qui pellegrino per affidare alla Madre di Dio due importanti iniziative ecclesiali: l’Anno della fede, che avrà inizio tra una settimana, l’11 ottobre, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, da me convocata nel mese di ottobre sul tema «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana».
Cari amici! A voi tutti porgo il mio più cordiale saluto. Ringrazio l’Arcivescovo di Loreto, Mons. Giovanni Tonucci, per le calorose espressioni di benvenuto. Saluto gli altri Vescovi presenti, i Sacerdoti, i Padri Cappuccini, ai quali è affidata la cura pastorale del santuario, e le Religiose. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Dott. Paolo Niccoletti, che pure ringrazio per le sue cortesi parole, al Rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e militari presenti. E la mia riconoscenza va a tutti coloro che hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la realizzazione di questo mio Pellegrinaggio.
Come ricordavo nella Lettera Apostolica di indizione, attraverso l’Anno della fede «intendo invitare i Confratelli Vescovi di tutto l’orbe perché si uniscano al Successore di Pietro, nel tempo di grazia spirituale che il Signore ci offre, per fare memoria del dono prezioso della fede» (Porta fidei, 8). E proprio qui a Loreto abbiamo l’opportunità di metterci alla scuola di Maria, di lei che è stata proclamata «beata» perché «ha creduto» (Lc 1,45). Questo Santuario, costruito attorno alla sua casa terrena, custodisce la memoria del momento in cui l’Angelo del Signore venne da Maria con il grande annuncio dell’Incarnazione, ed ella diede la sua risposta. Questa umile abitazione è una testimonianza concreta e tangibile dell’avvenimento più grande della nostra storia: l’Incarnazione; il Verbo si è fatto carne, e Maria, la serva del Signore, è il canale privilegiato attraverso il quale Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14). Maria ha offerto la propria carne, ha messo tutta se stessa a disposizione della volontà di Dio, diventando «luogo» della sua presenza, «luogo» in cui dimora il Figlio di Dio. Qui possiamo richiamare le parole del Salmo con le quali, secondo la Lettera agli Ebrei, Cristo ha iniziato la sua vita terrena dicendo al Padre: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato…Allora ho detto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà”» (10,5.7). Maria dice parole simili di fronte all’Angelo che le rivela il piano di Dio su di lei: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). La volontà di Maria coincide con la volontà del Figlio nell’unico progetto di amore del Padre e in lei si uniscono cielo e terra, Dio creatore e la sua creatura. Dio diventa uomo, Maria si fa «casa vivente» del Signore, tempio dove abita l’Altissimo. Il Beato Giovanni XXIII cinquant’anni fa, qui a Loreto, invitava a contemplare questo mistero, a «riflettere su quel congiungimento del cielo con la terra, che è lo scopo dell’Incarnazione e della Redenzione», e continuava affermando che lo stesso Concilio aveva come scopo di estendere sempre più il raggio benefico dell’Incarnazione e Redenzione di Cristo in tutte le forme della vita sociale (cfr AAS 54 [1962], 724). E’ un invito che risuona oggi con particolare forza.
Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo. Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna.
Ma il dimorare del Figlio di Dio nella «casa vivente», nel tempio, che è Maria, ci porta ad un altro pensiero: dove abita Dio, dobbiamo riconoscere che tutti siamo «a casa»; dove abita Cristo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sono più stranieri. Maria, che è madre di Cristo è anche nostra madre, ci apre la porta della sua Casa, ci guida ad entrare nella volontà del suo Figlio.
È la fede, allora, che ci dà una casa in questo mondo, che ci riunisce in un’unica famiglia e che ci rende tutti fratelli e sorelle. Contemplando Maria, dobbiamo domandarci se anche noi vogliamo essere aperti al Signore, se vogliamo offrirgli la nostra vita perché sia una dimora per Lui; oppure se abbiamo paura che la presenza del Signore possa essere un limite alla nostra libertà, e se vogliamo riservarci una parte della nostra vita, in modo che possa appartenere soltanto a noi. Ma è proprio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere, di possesso, di dominio, e la rende capace di aprirsi alla dimensione che la realizza in senso pieno: quella del dono di sé, dell’amore, che si fa servizio e condivisione.
La fede ci fa abitare, dimorare, ma ci fa anche camminare nella via della vita. Anche a questo proposito, la Santa Casa di Loreto conserva un insegnamento importante. Come sappiamo, essa fu collocata sopra una strada. La cosa potrebbe apparire piuttosto strana: dal nostro punto di vista, infatti, la casa e la strada sembrano escludersi. In realtà, proprio in questo particolare aspetto, è custodito un messaggio singolare di questa Casa. Essa non è una casa privata, non appartiene a una persona o a una famiglia, ma è un’abitazione aperta a tutti, che sta, per così dire, sulla strada di tutti noi. Allora, qui a Loreto, troviamo una casa che ci fa rimanere, abitare, e che nello stesso tempo ci fa camminare, ci ricorda che siamo tutti pellegrini, che dobbiamo essere sempre in cammino verso un’altra abitazione, verso la casa definitiva, verso la Città eterna, la dimora di Dio con l’umanità redenta (cfr Ap 21,3).
C’è ancora un punto importante del racconto evangelico dell’Annunciazione che vorrei sottolineare, un aspetto che non finisce mai di stupirci: Dio domanda il «sì» dell’uomo, ha creato un interlocutore libero, chiede che la sua creatura Gli risponda con piena libertà. San Bernardo di Chiaravalle, in uno dei suoi Sermoni più celebri, quasi «rappresenta» l’attesa da parte di Dio e dell’umanità del «sì» di Maria, rivolgendosi a lei con una supplica: «L’angelo attende la tua risposta, perché è ormai tempo di ritornare a colui che lo ha inviato… O Signora, da’ quella risposta, che la terra, che gli inferi, anzi, che i cieli attendono. Come il Re e Signore di tutti desiderava vedere la tua bellezza, così egli desidera ardentemente la tua risposta affermativa… Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!» (In laudibus Virginis Matris, Hom. IV, 8: Opera omnia, Edit. Cisterc. 4, 1966, p. 53s). Dio chiede la libera adesione di Maria per diventare uomo. Certo, il «sì» della Vergine è frutto della Grazia divina. Ma la grazia non elimina la libertà, al contrario, la crea e la sostiene. La fede non toglie nulla alla creatura umana, ma ne permette la piena e definitiva realizzazione.
Cari fratelli e sorelle, in questo pellegrinaggio che ripercorre quello del Beato Giovanni XXIII - e che avviene, provvidenzialmente, nel giorno in cui si fa memoria di san Francesco di Assisi, vero «Vangelo vivente» - vorrei affidare alla Santissima Madre di Dio tutte le difficoltà che vive il nostro mondo alla ricerca di serenità e di pace, i problemi di tante famiglie che guardano al futuro con preoccupazione, i desideri dei giovani che si aprono alla vita, le sofferenze di chi attende gesti e scelte di solidarietà e di amore. Vorrei affidare alla Madre di Dio anche questo speciale tempo di grazia per la Chiesa, che si apre davanti a noi. Tu, Madre del «sì», che hai ascoltato Gesù, parlaci di Lui, raccontaci il tuo cammino per seguirlo sulla via della fede, aiutaci ad annunciarlo perché ogni uomo possa accoglierlo e diventare dimora di Dio. Amen!

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